Qual è il ruolo dell'intellettuale in
politica? Il declino e lo sradicamento della sinistra italiana ripropongono
questo tema in modo urgente, che naturalmente va inquadrato nel contesto più
ampio del rapporto fra intellettuali e politica. Negli ultimi decenni, questo
rapporto, nel nostro Paese, ha subito un profondo degrado. Nel migliore dei
casi, l'utilizzo dell'intellettuale viene ridotto a quello di “antenna”
che fornisce al politico gli umori della società, e nobilita il messaggio del
politico dandogli una forma a volte linguisticamente più raffinata, ma
contenutisticamente non diversa (modello-Becchi). Nel peggiore dei casi,
l'intellettuale viene sbandierato come una bella figurina che dà lustro al
partito, ma quello che dice, nella misura in cui è contrario agli orientamenti
della leadership del partito stesso, non viene semplicemente ascoltato (come
avviene a numerosi intellettuali che sono stati vicini ai Ds o al Pd, ma si
pensi anche al trattamento ricevuto da Gianfranco Miglio dentro la Lega Nord,
quando la sua visione di Stato neo-federale e neo-corporativo cozzò con il ben
più pratico bisogno di Bossi di negoziare spazi di potere all'interno
dell'ordinamento statuale esistente, barattando la rinuncia sia alla secessione
sia ad un cambiamento radicale della forma di stato con forme più avanzate di
federalismo e di redistribuzione del carico fiscale dal Nord verso il Centro
Sud del Paese). Oppure, ancora, l'intellettuale viene ridotto al ruolo del
tecnico, che non deve disegnare un modello nuovo di società, ma solo trovare le
soluzioni tecnico-normative ed economico-finanziarie più efficienti per
rispondere a problemi pratici e contingenti (modello-Tremonti).
Il problema fondamentale non risiede
nella lottizzazione politica del ceto intellettuale e dei luoghi in cui opera
(a partire dall'Università) perché tale lottizzazione c'è stata sempre, e non
ha impedito che, almeno fino ai primi anni Ottanta, il nostro Paese potesse
esibire intellettuali indipendenti, anche dalla loro parte politica di
riferimento, come Pasolini. Il problema è la privazione della politica della
sua base ideologica, avvenuta dopo la caduta del muro di Berlino. La caduta
della visione ideologica, che in fondo altro non è che una visione di insieme
del mondo desiderabile, è andata di pari passo con la crisi del comunismo e
della socialdemocrazia tradizionale (cioè con le dottrine politiche che
promettevano un mondo radicalmente diverso), con una politica ridotta alla
risposta contingente di interessi concreti dei gruppi sociali di riferimento,
deprivata, soprattutto dalla destra berlusconiana, di qualsiasi visione
d'insieme della società, con un centrosinistra che ha praticato una
giustapposizione di culture diverse, quella cattolico-dossettiana e quella
neocomunista, riveniente dal togliattismo e dal berlinguerismo, senza riuscire
a fare una sintesi che non fosse confinata sul piano meramente tattico del
day-by-day. Per trovare una sintesi purchessia, la questione morale di retaggio
berlingueriano è stata stiracchiata e strumentalizzata, diventando banalmente
antiberlusconismo e moralismo di pura facciata, che però per molti anni è stato
il collante delle diverse anime del centro-sinistra prima, e del Pd poi,
insieme ad un europeismo piuttosto acritico persino nei confronti
dell'impostazione dichiaratamente liberista dei Trattati, da Maastricht in poi,
usato come succedaneo dell'incapacità di offrire al Paese un'alternativa di
politica economica ed industriale di respiro strategico e dunque pluriennale,
come invece riuscì a fare la Gran Bretagna, rimasta fuori dai parametri di
Maastricht, pur se colpita anch'essa dalla crisi valutaria del 1992 (ma anche
riveniente, va detto, dalla sfiducia profonda circa la capacità di tenuta di un
Paese corporativo e disunito come il nostro, rispetto a regole di politica
fiscale che non fossero imposte dall'esterno).
E' evidente che, laddove si esaurisca
una visione complessiva del mondo, laddove l'ideologia ceda il passo al
pragmatismo della quotidianità, la funzione dell'intellettuale è sottoposta
inevitabilmente al degrado, nelle varie modalità che ho sopra indicato. I danni
causati alla politica dall'assenza della sua dimensione intellettuale sono
sotto gli occhi di tutti: il pragmatismo del fare (anche quando si fanno
cazzate) eretto a valore assoluto e di per sé assolutamente positivo, la
demagogia del vaffanculo in piazza identificata come “coraggioso” (??) grido di
ribellione contro un “sistema”, che sia reale o fantasticato (considero che la
retorica della “casta” sia, almeno in parte, qualcosa di fantasticato), oppure
l'idea, accarezzata da De Rita, di una politica ridotta al ruolo di
“imbonitore” e “consolatore” rispetto agli effetti di decisioni prese in ambito
extra politico. Su tutto, aleggia la deprimente delusione di una politica che
appare incapace di adempiere al suo ruolo primigenio, cioè di cambiare il
mondo, impastoiata dentro i meccanismi di un turbo-capitalismo sempre più
impercettibile al comune cittadino, e che genera disillusione e calo del grado
di partecipazione. E che peraltro finisce per allontanare le menti migliori,
che cedono all'idea della politica “sporca”, oppure barattando cinicamente la
fornitura di idee con la poltrona, mercantilizzando e dunque rendendo sterile
l'apporto dell'intellettuale alla politica (produzione di idee in cambio di uno
stipendio o di un posto).
E, per finire, l'estinzione della
sinistra, perché, dobbiamo dirlo, la sinistra esiste soltanto nell'ambito di un
esame di classe della società, e dei conflitti fra lavoro e capitale. All'esterno
del riconoscimento della struttura di classe della società e della natura
conflittuale di tale struttura, non c'è sinistra, né riformista né
rivoluzionaria. C'è solo il social-liberismo che si rivolge ad una indistinta
“società civile” caratterizzata da rapporti potenzialmente armoniosi, solo che
si trovi il giusto “punto de equilibrio final” interclassista (per
dirla con il gergo di Peròn, per certi versi, per quanto assurdo possa
sembrare, uno dei maîtres à penser del Pd) che armonizzi le relazioni sociali
in un contesto in cui chi mangia è contento di mangiare, facendo contenti anche
quelli che recuperano le sue briciole cadute sotto il tavolo. Un approccio che
deriva da una scorretta lettura delle teorie di Bauman sulla società liquida,
che non sottendono affatto un superamento della dicotomia fra sfruttatore e
sfruttato (anzi, nella società liquida tale dicotomia si rafforza) ma
semplicemente una decomposizione e ricomposizione in forme precarie,
continuamente cangianti, degli antichi blocchi sociali novecenteschi, e dei
sistemi di controllo ed assicurazione sociale alla loro base. Una società
liquida non è affatto una società senza classi, come tanti infausti presunti
“sinistroidi” vanno affermando, per cui conterebbe solo la soddisfazione dell'individuo
in un mondo che gli offra il massimo delle libertà e delle opportunità, ma è
una società in cui i rapporti sociali vengono atomizzati, rimangono sullo
sfondo, producendo effetti drammatici su chi è più debole, mentre
l'individualismo, sul piano sovrastrutturale, viene esaltato come valore
fondante. Ma evidentemente, l'assenza degli intellettuali impedisce di
analizzare correttamente i conflitti di classe tipici della società liquida, e
quindi di disegnare un portolano culturale fondamentale per la sinistra del XXI
secolo.
E' quindi evidente che il recupero della
dimensione intellettuale, in politica, è fondamentale per uscire dallo stallo
attuale, e per restituire alla politica stessa il ruolo che le è proprio. Ma
come? Recuperando l'insegnamento gramsciano dell'intellettuale organico, e
attualizzandolo alla realtà di oggi. Si tratta dell'intellettuale che, per
poter essere organico alla classe sociale che vuole aiutare a raggiungere nuove
forme di egemonia culturale, deve sapere, innanzitutto, tornare all'analisi di
classe, saper ricostruire le relazioni di classe della società liquida
post-moderna. Non è possibile ricostruire una sinistra egemone senza tornare
all'indagine sociologica come la intendeva Panzieri, cioè la ricerca sul campo,
l'inchiesta operaia a questionario e campione, e come la intendeva Alquati,
ovvero l'inchiesta condotta con metodi di con-ricerca, cioè di messa alla pari
fra ricercatore ed intervistato in un processo dialettico nel quale anche la
metodologia di inchiesta ed i suoi obiettivi, non solo conoscitivi ma anche
politici, si formano. Primo compito dell'intellettuale organico è quindi quello
di ricostruire una analisi di classe della società, ed esercitare forme di
influenza, sulla sua parte politica, per farle assumere questa stessa
prospettiva di classe, nell'analisi e nella proposta programmatica.
Significa poi che l'intellettuale non
deve essere soltanto uno studioso allo stato puro. Se è uno studioso allo stato
puro (perché magari è un accademico) deve saper arricchire il suo percorso con
momenti ed occasioni di contatto con il mondo del lavoro, con quello del
disagio socio-lavorativo, anche per il tramite, come detto, dei metodi di
conricerca. Ma ciò significa anche, in linea con la forte correlazione
gramsciana fra teoria e prassi, che il lavoratore istruito, l'operaio istruito,
che voglia sistematizzare la sua esperienza di vita, di lavoro e di lotta
politico/sindacale dentro una teoria che abbia anche significato politico per
la classe cui appartiene, è a tutti gli effetti un intellettuale, alla pari
dell'accademico.
L'intellettuale organico, che sia uno
studioso a tempo pieno o un lavoratore istruito, deve fare attività politica
anche solo a livello di militanza di base, e se del caso, non deve affatto
disdegnare la partecipazione ad attività che siano anche di tipo dirigenziale
dentro strutture partitiche o sindacali, purché, però, la conquista della
posizione dirigenziale non sia il fine ultimo dell'attività che svolge, perché
a quel punto la sua necessaria libertà di elaborazione di pensiero e di
proposta diviene subordinata a considerazioni di posizionamento tattico dentro
processi di spartizione del potere. L'indipendenza di giudizio deve venire
sempre prima rispetto alla carriera politica. Ma la partecipazione politica,
anche ad un livello elementare, è fondamentale.
L'intellettuale organico deve saper
essere un eccellente formatore ed un docente. Non serve a niente elaborare una
teoria se non la si sa o non la si vuole trasmettere. Il momento della docenza
deve essere importante tanto quanto quello della ricerca e dell'elaborazione.
L'intellettuale organico deve sapere la
differenza che esiste fra l'essere intellettuale “servente”, una figura del
tutto inutile, che si sostanzia nel ghost-writer, ed al tempo stesso deve saper
valorizzare la differenza che c'è fra lui ed il politico puro. Se ha incarichi
politici di responsabilità, deve saper fare il politico, ed accantonare certi
atteggiamenti rigidi, tipici della mentalità dell'intellettuale puro, che trova
il suo appagamento nel riconoscimento universale della validità della sua
teoria, sapendo che la politica, in quanto arte dello spostamento del consenso,
richiede mediazioni, tempistiche e processi di stop-and-go, inconciliabili con
la pretesa di andare “sempre avanti” linearmente, tipica di chi ha elaborato
una concezione del mondo, con la profonda fede che questa sia la migliore
possibile.
L'intellettuale che riveste funzioni
politiche deve anche evitare l'esibizionismo culturale che non produce egemonia
culturale di classe. Faccio un esempio. Cuperlo, ispirato dal film di Veltroni,
ha recentemente pubblicato una vera e propria pugnetta intellettuale sul
berlinguerismo, che, peraltro, a mio modesto modo di vedere, è anche una
analisi ad minchiam segugis. Ma non è questo il punto. Anche se fosse una
analisi storica perfetta, mi chiedo, nell'Italia attuale, quanta egemonia
culturale possa produrre una analisi storica di fatti risalenti a più di
trent'anni fa, in una società ed in un quadro politico ed economico completamente
diversi da quelli di allora. L'obiettivo dell'intellettuale organico è quello
di ricostruire egemonia culturale, non di fare belle ed eleganti analisi fini a
sé stesse. Il problema vero di oggi non è la ripresa della questione morale
berlingueriana, che è stata, come ho già detto, stiracchiata ed abusata durante
l'intero ventennio della Seconda Repubblica, con i risultati che abbiamo visto.
Né il problema berlingueriano del rapporto fra neocomunisti e democristiani,
che il Pd ha portato, a mio parere personale, ad un pessimo risultato,
incarnato da un leader con il corpo di un democristiano e la testa di un
blairiano. Il problema è quello di ricostruire un rapporto con il mondo del
lavoro che coniughi merito e bisogno, invertendo la dinamica conflittuale che
vede il capitale prevalere sempre più sul lavoro e, nell'ambito del capitale
stesso, la componente speculativa e “rentier” prevalere su quella produttiva,
ricostruendo alleanze fra produttori contro il turbocapitalismo. Probabilmente
serve più una rilettura di Proudhon, delle migliori pagine del socialismo
liberale rosselliano e del keynesianesimo, che oggi ci forniscono una guida, da
un lato, verso l'esigenza di costruire una società basata sua una alleanza di
produttori contraria al capitale parassitario e speculativo, e dall'altro,
l'esigenza di un movimento continuo di ascendenza che consenta agli sfruttati
ed ai perdenti di migliorare continuamente il proprio status sociale e
materiale, in un quadro di democrazia e libertà, profondamente minacciato dalle
tecnocrazie finanziarie globali, con un soggetto pubblico che torni ad essere
programmatorio e redistributivo, fuori dal culto mercatistico. Non serve invece
a niente, se non ad una gratificazione personale, o, peggio ancora, per un
rifiuto di voler ricostruire egemonia culturale di classe, mostrare quanto si è
bravi a ricostruire il quadro storico del PCI di Berlinguer.
In sintesi: l'intellettuale organico del XXI secolo è una priorità per la
rinascita della sinistra. Deve saper ricostruire una teoria basata sull'analisi
di classe. Deve quindi avere un fortissimo rapporto con la prassi, e se la sua
professione lo ostacola in ciò, deve darsi da fare per costruirlo. Deve
partecipare alla politica, ma sempre salvaguardando, prima di tutto, il bene
supremo della sua indipendenza di giudizio, rispetto ai vincoli ed ai
condizionamenti di carriera partitico/sindacale, accettando, se del caso, la
semplice militanza di base. Deve saper essere umile e non egocentrico, non
innamorato delle sue costruzioni teoriche al punto di non riconoscere
l'esigenza della politica di fare mediazioni, e di arretrare tatticamente in
determinate fasi, e non deve cadere nell'egocentrismo edonistico tipico
dell'intellettuale, cercando sempre di lavorare in modo utile a portare avanti
l'egemonia culturale sulle questioni realmente attuali e sensibili, e sapendo
essere maestro, oltre che pensatore.

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