martedì 3 dicembre 2013

Nichi Vendola ed il 3° Congresso del PSI

Riprendo un passo importante di Vendola al Congresso di Venezia (purtroppo non quello profondo e lacerante de Psi di Nenni della svolta autonomista del 1957). Vendola dice con il togliere falce e martello al simbolo socialista del 1987 c'era l'intenzione di aprire un partito della sinistra storica ai nuovi ceti professionali emergenti negli anni 80. Per me molto più semplicemente era una operazione di marketing politico. Comunque credo che Vendola facesse riferimento più alla Conferenza Programmatica di Rimini del 1982 del PSI. Che fu una cosa seria ed articolata non certo riducibile al semplicistico slogan sui "meriti e bisogni" (un discorso che del resto non ha inventato Martelli , ma se vogliamo si trova già nella "Critica al Programma di Gotha" di Marx). Ma non voglio andare troppo indietro nella storia. In quel convegno non c'era affato una esaltazione acritica della modernizazione. In diversi interventi (quelli di Ruffolo e Gallino soprattutto) si evidenziava il carattere contraddittorio della modernizzazione degli anni 80. Riccardo Lombardi , nella sua ultima intervista nel 1984, rilevava come la sinistra doveva comunque fare i conti con una realtà nuova della composizione sociale, frutto anche dei processi di trasformazione tecnologica e produttiva. E criticava implicitamente sia quella sinistra che si attardava alla difesa dell'esistente (l'ultimo Berlinguer è un esempio) sia quella che subiva e cavalcava acriticamente la modernizzazione. Piuttosto, per Riccardo, la sinistra doveva dotarsi di un progetto per governare in senso progressista e socialista i processi di trasformazione tecnologica e produttiva ed offrire risposte adeguate ai processi di scomposizione e ricomposizione degli assetti sociali e non ripetere all'infinito slogan inutili e ripetitivi. LO stesso dicevano due grandi sindacalisti come Carniti e Trentin. Vendola giustamente dice che il mondo degli anni 80 non esiste più da molto tempo. Oggi il ceto medio sta di fatto scomparendo. Che senso ha (aggiungo io) parlare di "merito" in una società in cui le retribuzioni sono del tutto slegato da meriti e bisogni, e sono unicamente il frutto di rapporti di forza sregolati dettati dal finanzcapitalismo (o da quello che Ruffolo e Gallino chiamano "capitalismo manageriale azionario). Con Marchionne (ma in America è generalizzato) che guadagna 400 volte più di un operaio o di un impiegato. Agli squilibri enormi prodotti dal finanzcapitalismo (vedere le retribuzioni dei manager delle banche in Italia), si accompagnano, nel ns paese gli squilibri prodotti dalla natura feudale e castale che ha assunto l'Italia della II Repubblica. Che non è certo riducibile ai costi della politica (che esistono, ma verso i quali c'è da tempo in atto una campagna volta alla delegittimazione finale della politica, che per la verità non fa molto per rscattarsi). C'è la casta dei magistrati, c'è la casta dei giornalisti di un certo tipo. I giornalisti che fanno della antipolitica il loro mestiere quanto guadagnano? Magari con i soldi dei contribuenti con la Rai o con i soldi di monopoli privati come quelli di Trochetti Provera (che sono sempre soldi sottratti ai cittadini). In conclusione quando noi parliamo di recupero di cultura socialista non ci riferiamo a quella degli anni 80, perchè oggi le condizioni sono radicalmente diverse. Del resto un craxiano doc come Ugo Intini scrisse nel 2000 un libro molto bello "la privatizzazione della politica" in cui si rilevava che non aveva più senso parlare di modernizazzione, quando la modernizzazione del finanzcapitalismo provocava una enorme regressione sociale e culturale. Ricordo che quel libro fu bollato dal non-socialista Martelli come massimalista e "bertinottiano". Ma Intini era allora nettamente più a sinistra non solo di Martelli ma anche di D'Alema che di fatto oggettivamente fu quello che maggiormente assecondò le logiche del capitalismo finanziario. Per cui oggi i postdalemiani non vengano a racontare chiacchiere. La sinistra ha bisogno di liberarsi sia di D'Alema che di Martelli. E piuttosto recuperare in pieno Lombardi.

Di Peppe Giudice

p.s.: per rileggere cosa ha detto Vendola al 3° Congresso del PSI a Venezia clicca sui link sulle agenzie che ne hanno parlato IlGiornale.it , Ilmondo.it o la diretta su RadioRadicale.it


martedì 10 settembre 2013

Politica Estera. Acqua da tutte le parti?

E venne il giorno in cui l'India ci chiese i due marò per processarli in patria e noi li abbiamo spediti con un volo diretto per Nuova Delhi in men che non si dica. E poi venne il giorno in cui il Kazakhstan ci chiese la moglie e la figlia minorenne di un dissidente politico e noi l'abbiamo accerchiata in una villa fuori Roma come se fosse un'operazione di polizia contro un capomafia in latitanza. Ecco, vi ricordate dei fatti del genere in passato? Potrei sbagliarmi, ma non ricordo da cittadino italiano un modus operandi di siffatta mediocrità. Non sto qui a ricordare l'autonomia politica e la gradeur industriale dell'Italia degli anni '80 o i fatti di Sigonella che decretarono la definitiva presa di coscienza della Politica italiana incarnata in quel frangente dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi, ma vorrei riflettere sulla subalternità in cui è precipitata la nostra classe dirigente sia in Europa che nel Mondo. Non vi nego che  questo piccolo pensiero si è tramutato in un grande cruccio alla luce anche dell'impasse del sistema dei partiti che oggi, nell'inevitabile governo di larghe intese post-elezioni, mostra tutto il suo profilo basso financo al piattume più afflosciante. Pensieri estivi forse, ma pur sempre preoccupanti...

mercoledì 19 giugno 2013

Movimento 5 Stelle. Ha fatto bene alla sinistra italiana?

Ma come Filippo Turati Blog che ritorna sui suoi passi e adesso battezza il M5S? Ma non aveva detto che era un movimento populista e poco incline alla prassi parlamentare? "Il vero Filippo Turati si rivolterebbe nella tomba!". So che lo avete pensato cari compagni, ma il titolo è provocatorio e non è quindi una apertura di credito o meglio un'approvazione del metodo grillino, anzi il contrario. Noi la pensiamo in modo differente, ma dobbiamo confrontarci e capire questo fenomeno che ha rivoluzionato la Politica italiana. La riflessione, ve lo dico subito, mi è venuta quando mi sono soffermato a leggere un articolo ben fatto su L'Unità del prof. Michele Prospero (vedi qui), il quale ha risposto per le rime ad un Marco Travaglio in vena polemica negli ultimi mesi proprio contro il professore, su Il Fatto Quotidiano, tacciandolo di essere un convinto togliattiano. Tralasciando il commento su Togliatti che a noi non interessa in questa sede, sembra che sia in atto ormai una "guerra ostile" tra i due giornali che invece a noi può interessare e molto, data la portata politica delle tesi in campo. Cosa c'entra? E' una divisione culturale netta che può rilanciare il sogno di un moderno partito socialdemocratico e riformista in Italia.  Sappiamo tutti dalle note vicende di Mani Pulite e che la sinistra italiana - o meglio gli elettori della sinistra italiana - da allora è stata divisa in due: chi da un lato ha avallato moralmente l'azione della magistratura contro i partiti in nome della lezione non capita di Berlinguer e Pertini e chi dall'altro lato ne sia stato vittima politica. Da questo poi si sono andate formando due ali estreme tali che, con la discesa in campo di Berlusconi, hanno agito da lobby influenti perennemente in conflitto l'una contro l'altra. I due schieramenti contrapposti di cui parlavo ovvero da una parte i giustizialisti e dall'altra i garantisti, oggi non sono più tali o meglio non sono organizzati come li abbiamo visti in questa Seconda Repubblica. La vena probabilmente critica del giornalista Travaglio e il suo famoso metodo, non sono rivolti solamente a Silvio Berlusconi, all'Andreotti mafioso, al Craxi d'annata, capri espiatori di massa di tutta l'Italia politica, ma al tentativo di dover dare contro sia alla destra che alla sinistra (PD, SEL, PSI etc...) in nome di un civismo nuovo e moralista che fa capo al M5S di Grillo & co. Se non è un fatto epocale questo, se non è uno spartiacque culturale, allora cos'è? Vogliamo ricordare come in nome del puritanesimo politico milioni di elettori seguivano in politica Di Pietro (ricordo  l'IDV all'8%) considerandolo di sinistra e intanto compravano, sempre pensando che fosse di sinistra, i libri di Travaglio? Il culmine si raggiunge poi con l'organizzazione senza collocamenti del giustizialismo politico ovvero del Movimento che ha per iconografia V per Vendetta e come mentore il comico Beppe Grillo. Una scelta questa - ed ecco il ragionamento che volevo fare- che ha spostato l'asse del populismo e del giustizialismo fuori dall'alveo dell'ex elettorato PCI. Un ritorno alle origini, un ritorno della questione sociale a sinistra - dopo venti e più anni di questione morale - unica differenziazione possibile per emergere nel panorama politico odierno senza essere tacciati di populismo spicciolo ("fuori i ladri dal Parlamento" etc...) o essere liberisti/liberal-democratici agli occhi degli elettori.
Una riorganizzazione della Sinistra italiana attorno ad un progetto condiviso ora è più che mai attuale, basta che le direttrici siano lavoro, giovani, e giustizia sociale.

lunedì 6 maggio 2013

Giulio Andreotti è morto. Un ritratto personale e politico.


La morte di Giulio Andreotti annunciata dai suoi cari, riapre i conti con la Prima Repubblica. E' stato un uomo politico di alto spessore o no? Un ritratto personale per far comprendere luci ed ombre di questo personaggio che ha letteralmente plasmato 70 anni di vita pubblica italiana.


Poche ore fa é morto Giulio Andreotti.
Quando Andreotti enunciò la teoria dei due forni eravamo in tre o quattro intorno a lui, alla buvette di Montecitorio. Lo fece con semplicità, con naturalezza, quasi non sapesse, e lo sapeva benissimo, che le sue parole l'indomani avrebbero fatto il giro dei giornali quotidiani. "Se debbo comprare il pane", disse," e ho nella mia stessa strada due forni e uno di questi me lo fa pagare caro o mi da un prodotto scadente, vado dall'altro". Metafora che racchiude l'essenza dell'orientamento con il quale Andreotti ha affrontato sessant'anni di vita politica. Centro-destra o centro-sinistra, rapporto preferenziale con i comunisti o con i socialisti, ognuno di questi corni del dilemma può andar bene, a patto che al centro ci sia sempre la Democrazia cristiana e al centro della Dc lui, il divo Giulio. Randolfo Pacciardi, il vecchio leader repubblicano, era un estimatore di De Gasperi, che aveva conosciuto bene, e una volta, parlandomi dello statista trentino, accennò anche ad Andreotti. "De Gasperi", mi disse, "era un uomo molto morale, saggio. La mia meraviglia era che accettasse con piacere la collaborazione di Andreotti, non perchè non fosse leale e intelligente, ma perchè erano due caratteri e due generazioni agli antipodi: rigore da un lato e spregiudicatezza dall'altro. Fui presente a un episodio significativo. I liberali volevano nel governo Porzio, popolare avvocato napoletano e uomo politico senza grandi meriti. De Gasperi non lo voleva. Andreotti era di parere opposto. Se vuoi i liberali, gli diceva, devi prendere Porzio, anzi, fai un gran gesto e offrigli la vicepresidenza. E De Gasperi, rivolto a me: ma li senti questi giovani, come sono spregiudicati. Fu poi Andreotti che la vinse e Porzio divenne vicepresidente del Consiglio".
Ecco, la spregiudicatezza di Andreotti. Se ne sono scritti libri, come della sua ironia e del suo senso dell'umorismo. A proposito di queste due ultime qualità, val la pena di raccontare un episodio che fece qualche anno fa il giro della redazione de Il Messaggero. Intervistatore abituale di Andreotti era Mario Stanganelli, del servizio politico. Mario è un cultore d'arte e aveva attratto l'interesse dell'ex presidente del Consiglio accompagnandolo nel suo abituale giro antelucano per le chiese di Roma e illustrandogli quadri, stili architettonici, sculture. Ma per far questo e ottenere subito dopo l'intervista, Stanganelli doveva alzarsi molto presto ed essere al portone dell'intevistando prima dell'alba. Una volta rinunciò del tutto al sonno notturno. Fece tardi per suo conto e poi andò a piazzarsi in macchina davanti al portone della casa di Andreotti. I poliziotti di guardia lo conoscevano e non fecero obiezioni. Ma era notte fonda e Mario a un certo punto si appisolò. Fu svegliato di soprassalto da un energico tamburellare sul vetro dell'auto. Si girò imbambolato verso il rumore ed ebbe la sorpresa di vedere Andreotti che lo guardava con un sorriso ironico e gli sussurrava: "Stanganelli, che fa, dorme?".
Fino agli ultimi giorni la giornata di Andreotti è lunghissima e intensa. Scrive e prende appunti ovunque. E da questi appunti nascono i suoi numerosi libri. Storie della chiesa cattolica, della politica italiana, volti di papi, di statisti, personaggi, ricordi. Naturalmente, scrive solo ciò che vuol far sapere a tutti. Ne avrebbe da raccontare di avvenimenti ed episodi della vita politica, e non soltanto politica, accaduti dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi e sui quali non è mai stata fatta piena luce! Questi, però, sono tabù. Un autentico colpo di genio Andreotti lo ebbe nei primi anni Settanta, quando decise di scrivere la storia di Pellegrino Rossi, assassinato il 15 novembre 1848 a Roma, sulle scale del palazzo della Cancelleria, dopo appena sessanta giorni di guida del governo papalino di Pio IX.
Il libro, dal titolo "Ore 13: il Ministro deve morire", si pubblica nel 1974. Appena due anni prima, nel 1972, Andreotti aveva presieduto un governo di centro-destra, con i socialisti all'opposizione. Ma i tempi in questi due anni erano cambiati. Nel 1973 ritornano i governi di centro-sinistra e, ciò che più importa, Enrico Berlinguer lancia la proposta di un "compromesso storico" con la Democrazia cristiana. Che c'entra Pellegrino Rossi? C'entra. Perchè la morte del primo ministro papalino fu attribuita a una cospirazione di nemici dello Stato pontificio, fautori dell'unità d'Italia. Nel processo, che fu celebrato nel 1854 dal Supremo tribunale della sacra consulta, furono condannati sette popolani, di cui erano noti i sentimenti e le azioni antipapaline. Due di questi furono condannati alla ghigliottina. Ma Andreotti con il suo libro scava nelle vicende di quel tempo e scopre che Rossi, nei pochi mesi del suo incarico di primo ministro, aveva intessuto un costante rapporto con il governo piemontese, nel tentativo di addivenire a una federazione di Stati italiani. E che questo tentativo era stato duramente boicottato dalla Curia romana, alla quale Rossi era profondamente inviso. 
Chi ha fatto uccidere, allora, Pellegrino Rossi? Andreotti lascia intendere che i mandanti, al di là delle apparenze, potevano essere benissimo quegli ambienti papalini ai quali il laico Rossi dava molto fastidio. Ne vien fuori la figura inedita di uno statista, Rossi, appunto, che, classificato ufficialmente come devoto servitore dello Stato pontificio, si rivela in realtà un patriota risorgimentale. In qualche misura Andreotti si identifica nel primo ministro del Papa-re. Voi credete, sembra dire tra le righe, che io sia un uomo di destra, ma vi sbagliate. Anche se le apparenze e la mia storia politica sembrano indicare questa mia dislocazione, non è così. Aspettate e vedrete. E infatti...Il governo di centro-destra del 1972 ha vita effimera. Dopo pochi mesi ritorna il centro-sinistra guidato da Rumor. Segue un nuovo governo Moro. E nel 1976, dopo le elezioni anticipate, nasce per la prima volta un governo monocolore democristiano, della "non sfiducia", basato sull'appoggio indiretto, tramite l'astensione, dei comunisti. Chi lo guida? Andreotti. Due anni dopo, l'anno del rapimento e dell'uccisione di Aldo Moro, altro passo avanti dell'apertura della Dc ai comunisti. E' il governo di "solidarietà nazionale". Chi lo guida? Andreotti.
In quegli anni Giulio Andreotti non è più un nemico per i comunisti. Anzi. In tutta la vicenda Moro marciano insieme lungo la strada dell'intransigenza. Gli unici ad opporsi, a tentare concretamente di salvare la vita dello statista democristiano, sono i socialisti e i radicali. Ma il loro tentativo si rivela inutile. Nemico del Pci Andreotti lo ridiventa anni dopo. Sono i tempi del cosiddetto CAF (Craxi, Andreotti, Forlani) e comincia da qui la demonizzazione comunista dell'ex alleato, il tentativo di liquidare per via giudiziaria lui e un cinquantennio di storia italiana. Comincia la lunga vicenda dei processi che lo vogliono uomo di mafia e mandante dell'uccisione di Mino Pecorelli. Si concludono con l'assoluzione dell'imputato. Nessuna responsabilità penale. Resta il problema della responsabilità morale. Davvero non sapeva che il suo luogotenente in Sicilia, Salvo Lima, avesse rapporti con la mafia? Lima era l'uomo che riempiva di voti il serbatoio della corrente di Andreotti all'interno della Dc. Forse conveniva fingere di non sapere. Ma questa è un'altra storia. Che non leggeremo mai, soprattutto ora che Andreotti ci ha lasciati.

di Giuseppe Loteta

lunedì 29 aprile 2013

Governo Letta. Il programma di Enrico "il Pacificatore".


Cancellazione (quasi totale) dell'odiata imposta sulla prima casa. Niente aumento di Iva e Tares. Accelerazione sulle riforme. Un monocolore democristiano sfiorato per poco, insomma.


Un governo nato da poco che è riuscito a mettere insieme vari partiti, ma soprattutto varie correnti partitiche. Un esecutivo pronto a risolvere l'annoso problema del 'bipolarismo rissoso' ovvero quel sistema politico che ci siamo lasciati alle spalle che non permetteva riforme a nessuno degli schieramenti, se no era inciucio e basta. Usciamo da questa Seconda Repubblica nata male e cresciuta peggio, con le ossa un pò rotte, ma con una certezza in più: la voglia di Grande Centro. La regia di questo governo, nei fatti, è stata attribuita a Napolitano e alla 'Famiglia Letta', ma si è sottovalutata la moral suasion della componente ex democristiana (ex DC) di tutti i partiti. La vera, unica e preponderante anima di questo governo è quella dell'eredità che l'Italia pensava di aver perso per strada, in quel di Tangentopoli, ovvero la cultura del compromesso sulle riforme che 'servono-al-Paese', tipica della Democrazia Cristiana e dei suoi dirigenti. 
Un'operazione che permette di tenere contemporaneamente fuori dal governo Grillo  e a bada Berlusconi (ci riuscirà?), con l'obiettivo di pacificare il Paese con un leader giovane e moderato come Enrico Letta. In sintesi, un programma di buon senso e di responsabilità per il bene del Paese. Domanda: ma la sinistra in tutto ciò, dov'è? Ce la farà ad essere legittimata agli occhi degli italiani? Riuscirà a vincere le future elezioni e a governare attivamente per il Paese con una piattaforma programmatica in stile socialisti e socialdemocratici europei, senza aver bisogno di un 'male' da eliminare?

Ecco i punti qualificanti del governo Letta



- meno tasse sul lavoro 

- migliorare ammortizzatori sociali estendendoli a chi ne è privo 

- studiare forme di reddito minimo per famiglie bisognose 

- abolire il finanziamento pubblico ai partiti

- attuare l'art.49 della Costituzione sulla democrazia interna ai partiti 

- abolire le province
- avere l'obiettivo degli Stati Uniti d'Europa 
- cambiare la legge elettorale 
- superare il bicameralismo paritario
- ridurre le restrizioni ai contratti a termine aiutando le imprese ad assumere giovani a tempo indeterminato 
- risolvere i problemi della giustizia e delle carceri
- sull'immigrazione valorizzare i nuovi italiani
- stop dell'Imu a giugno


p.s.: basteranno a pacificare il Paese?


domenica 28 aprile 2013

Presidente della Repubblica. Una trappola per la Politica e la Democrazia?

Sensazioni o forse sesto senso politico? La vicenda che ha coinvolto l'elezione del Presidente della Repubblica, pare esser diventata una trappola solamente per il PD ed il suo leader Pierluigi Bersani. Siamo sicuri però che la trappola abbia avuto effetto unicamente per il partito di Largo Nazareno? Dopo tot. votazioni abbiamo assistito al completo scollamento tra la realtà politica e la realtà sociale dei cittadini. Si è compreso come molti elettori fossero poco inclini ad aspettare decisioni calate dall'alto capendo poco o nulla della reale dialettica politica del nostro Paese e forse delle regole democratiche, ma al contrario si è intuito benissimo come la classe politica non sia, ad oggi, più legittimata dal popolo. Anzi, da ora in avanti si acuiranno i contrasti e si sottolineeranno le differenze tra la prassi politica e la prassi della società civile, con uno sfogo parlamentare ed un'azione 'politica' ben precisa derivante dal M5S. 
Forse le sensazioni in Politica contano veramente poco e questa mia sensazione è ovvia, ma un fondo di verità esiste: la politica non parla più lo stesso linguaggio del popolo italiano. Non comunicano i due mondi, c'è poco da fare. Se la prassi politica non viene più accettata dagli elettori, qualcuno dovrebbe suonare un campanello d'allarme. Le regole democratiche che ci hanno donato i nostri Padri Costituenti non rappresentano il terreno ideale dello scontro politico, anzi sono a volte l'origine della contesa. Il problema quindi è duplice: da un lato, secondo 'la gente' sono state messe a dura prova dall'odierna classe politica che non le rispetta, dall'altro lato non rappresentano più il campo della contesa politica, per quanto riguarda i partiti, i quali sono propensi ad usare modelli diversi a seconda delle teorie politologiche in auge.
Come si ristabilisce una normalità nel solco della Costituzione? Come si può ricostruire l'agorà dove possono partecipare i cittadini senza che puntino il dito della diffidenza? Non bastano i rimedi a breve termine come l'elezione della Boldrini alla Camera e quella di Grasso al Senato oppure - permettetemi di togliere un sassone dalla scarpa - l'investitura online di Rodotà a Presidente della Repubblica. Nossignore non basta. Perché come è stato dimostrato dalle vicende degli ultimi 20 anni, l'anti-politica si alimenta sempre in modo onnivoro di qualunque forma di compromesso della vita politica italiana anche se questo è sancito in modo chiaro nella nostra Costituzione. Dnatura è negazionista in più è contradditoria a priori, ti sbrana come se ogni proposta non andasse bene perché poco confacente alla società civile. Questo è il vero nodo della situazione sul Presidente della Repubblica.  Se si continua ad alimentare di proposito a piccole dosi questo sentire comune che (ahimé?!) invade la piazza, non si imbonirà la folla per tanto tempo, ma anzi si diventerà complici di un sistema che non aiuta la primazia della Politica ma solamente il suo declino. Indorare la pillola servirà a diventare un mago agli occhi della folla in questa fase politica, ma nel lungo termine la folla reagirà e chiederà sempre nuove teste da tagliare, cercando poi in seguito un nuovo salvatore della Patria da ergere a difesa delle sue conquiste. Rompere questo meccanismo pericoloso per la difesa della Politica non è un affare da poco conto, ma è un dovere per chi tiene alla nostra democrazia parlamentare. Non serve dunque l'autoritarismo per uscire da questa crisi politico-culturale, ma dobbiamo invertire il paradigma, essere invece autorevoli perché legittimati. Creare una profonda fiducia tra i rappresentanti ed i rappresentati, anche cercando di non far morire alcuni ideali e sentimenti a cui tengono i nostri concittadini: della serie non vorrei morire democristiano in un partito che non mi rappresenta. Questo è il nodo vero del Paese per il futuro. 

mercoledì 24 aprile 2013

Matrimoni Gay. La Mappa dell'Europa e del Mondo

La Francia è ufficialmente passata, con la sua legge, ai matrimoni dello stesso sesso a fronte delle forti proteste delle forze conservatrici. Un passo importante verso l'uguaglianza e il progresso per tutti. Dalla cartina si può evincere quali Paesi europei e del Mondo hanno lo stesso tipo di trattamento per i matrimoni etero e per quelli dello stesso stesso. (Francia e Nuova Zelanda da oggi si devono considerare in verde!). L'Italia, quando?


fonte: http://www.relaunchingeurope.eu/


Relaunching Europe è un'iniziativa dei Socialisti e Democratici (Gruppo S&D del Parlamento Europeo) che si propone di interagire con i cittadini europei. Attraverso una serie di eventi si vogliono ascoltare le domande ed i pareri dei cittadini sul futuro dell'UE. Se si vuole dire qualcosa e porre delle questioni, ci si può mettere in contato con i socialisti europei sulla pagina di Facebook , con Twitter. Per partecipare ad un evento si prega di cliccare qui per ulteriori informazioni. 

Stress Democratico, Populismo e Estremismo.

Policy Network: servono eccellenza di governo e democrazia partecipativa

La crescita del populismo è una delle più significative sfide lanciate alle democrazie occidentali nell’ultimo quarto di secolo. Lo “sfidante” è interno al sistema democratico ma è anche contro la democrazia liberale, e questo dato di fatto pone il sistema sotto stress.
Il populismo è un argomento democratico che tenta di cambiare il modo in cui la democrazia funziona. E’ una minaccia interna alla democrazia, alla cultura e alle norme che consentono alle liberaldemocrazie di funzionare. In altre parole, il populismo non cerca di rimpiazzare la democrazia, ma vuole cambiarla.
Non si tratta di essere “popolare” nel senso in cui il termine viene correntemente (ab)usato dai media o dai politici. Margaret Canovan distingue il lato “redentivo” della democrazia da quello “pragmatico”. Il populismo fa appello al primo, per raggiungere il “volere del popolo”, illimitato e puro. Il populismo è espressivo ed emotivo, e rifiuta i controlli e i bilanciamenti istituzionali della liberaldemocrazia. Invece, la politica, che definiamo per comodità convenzionale (o mainstream), in fondo si concentra sul pragmatismo, sul bilanciamento dei poteri e sul gioco interistituzionale.
La crescita del populismo è il “segnale” del fallimento della politica convenzionale nel comprendere e realizzare bisogni e desideri di cittadini destabilizzati dai cambiamenti sociali, culturali, economici e politici in atto.
Il populismo ha guadagnato terreno nei sistemi democratici presentandosi in forme differenti. Populisti sono il Tea Party negli Stati Uniti, il Partito del Popolo in Danimarca, il PVV nei Paesi Bassi, il Front National in Francia, Fidesz in Ungheria, l’SVP in Svizzera, l’FPÖ in Austria, lo UKIP in Gran Bretagna.
Il populismo, come rappresentazione di un corpus di bisogni e desideri democratici, è assolutamente legittimo. Se bisogni e ansie non vengono espresse nell’ambito del sistema democratico vi è tuttavia il rischio di una più grande minaccia, ossia l’estremismo, che ha casuali e periodici contatti con la democrazia, rappresentando una delle strade che essa può percorrere. Spesso l’estremismo si costituisce in movimento, come pura espressione di una ideologia. Ad esso è associata la politica dell’odio e della tolleranza verso l’uso della violenza.
Il fatto che il populismo sia legittimo non significa che esso sia necessariamente benigno, perché crea semplificazione quando la realtà delle politiche pubbliche necessita di essere valutata attraverso le lenti della complessità per essere compresa. Esso corrode la fiducia e pregiudica la capacità dei partiti di formare coalizioni di governo vincenti e funzionanti. La retorica del populismo radicale può impattare sul welfare delle minoranze e persino, in determinate circostanze, giustificare il pensiero e l’azione estremista. Vi è una ambivalenza di fondo nel populismo. Come due ricercatori accademici del settore hanno espresso, il populismo è “una minaccia e un correttivo per la democrazia (liberale)”.
Indubbiamente, nel corpo sociale vi è una “domanda” populistica reale, ma la possibilità di tradurre questa “domanda” in vero e proprio potere politico dipende dall’esito del gioco tra le forze populiste e la politica mainstream.
Le strategie a disposizione della politica convenzionale per fronteggiare la minaccia populista non mancano e ricadono in tre grandi categorie: “tenere”, “disinnescare” e “adottare”. La prima strategia mira a evitare la minaccia portata dal populismo, la seconda vuole minimizzare l’impatto delle ansie populiste e la terza si muove proprio verso le posizioni populiste. Ad ogni modo, ciascuno di questi approcci è afflitto da limitazioni e carenze. Piuttosto, si raccomandano altre tre strategie, sequenziali e concorrenti: comprendere le tematiche che possono favorire un potenziale sostegno al populismo radicale; lavorare per sviluppare nuove eccellenze di governo, che includano visione nazionale, interventi pubblici mirati a sostegno del lavoro, del welfare e dell’edilizia popolare a livello locale e nazionale, costruire una nuova “democrazia partecipativa”, più vicina a cittadini.
“Democrazia partecipativa” significa soddisfare i bisogni locali, mobilitare i nuovi elettori nei canali tipici della democrazia liberale, sfidare l’odio e l’estremismo, sostenere la crescita della vita comunitaria, sviluppare il capitale sociale nelle comunità. Una tale concezione democratica è una componente cruciale della “nuova eccellenza di governo” che da più parti si invoca. Tutto ciò non si deve realizzare solo attraverso i partiti politici e le loro classiche modalità di funzionamento e azione – che comunque devono cambiare - , ma anche attraverso le organizzazioni dei cittadini, le campagne sul territorio e le autorità locali.
In conclusione, serve una risposta comprensiva da parte della politica convenzionale, che ridia dignità alla rappresentanza politica e alla partecipazione democratica e sociale. I partiti classici hanno ancora la possibilità di agire, ma se non lo fanno presto rischiano che siano altri a raccogliere il testimone: i partiti populisti di destra e forse, in futuro, di sinistra. La democrazia è sotto stress. Sarà in grado la politica mainstream di alleviare questo disagio e di governare con saggezza? E’ una domanda chiave alla quale gli europei, e gli occidentali in genere, dovranno rispondere negli anni a venire.

di
Anthony Painter, con Claudia Chwalisz

Policy Network è un importante think tank internazionale, basato a Londra, che promuove riflessioni strategiche per soluzioni progressiste alle sfide del ventunesimo secolo, incidendo sul dibattito pubblico nel Regno Unito, in Europa e nel mondo. Grazie a un approccio cooperativo, di rete e transnazionale alla ricerca, alla organizzazione di eventi e alla produzione di pubblicazioni, Policy Network ha conquistato la reputazione di piattaforma di qualità per l’analisi, il dibattito e lo scambio culturale rispetto ai cambiamento del quadro politico internazionale.

Anthony Painter è un ricercatore politico e scrittore. Ha condotto il progetto congiunto Policy Network/Barrow Cadbury Trust “Populismo, estremismo e politica mainstream” e svolto lavoro di ricerca con Center for American Progress, Demos, Searchlight Educational Trust e Policy Network in tema di politica economica, opinione pubblica ed estremismo/populismo. E’ autore di due libri:Barack Obama: The Movement for Change and the forthcoming e Left without a future? Social justice after the crash (I.B Tauris). Scrive per Progress e, in passato, per Guardian, New Statesman, Huffington Post, LabourList, Open Democracy, Left Foot Forward, e Labour Uncut. E’ direttore di Hackney UTC e vice-direttore di Hackney Community College. Nel presente progetto è stato supportato dalla ricercatrice di Policy Network, Claudia Chwalisz.

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