Nichi Vendola decide dunque di aprire nuovamente la partita e si candida alle primarie del centrosinistra.
Non voglio parlare qui dell'istituto delle primarie, né del discorso di accettazione della candidatura tenuto da Vendola ai primi di ottobre a Ercolano.
Mi interessa esprimere una valutazione sul suo slogan elettorale che comincia ovviamente a diffondersi sulla rete così come a breve probabilmente sui manifesti. Vorrei insomma fare una riflessione su quell'«oppure Vendola» che appare nelle varie frasi di presentazione del candidato, opposto ai vari problemi dell'Italia.
Ebbene, quello slogan è per me umiliante e fa sentire ancora più solo nel mondo dell'individualismo di massa e consumista. Infatti, al liberismo, al dissesto idrogeologico, alla precarietà, alle mafie si oppone Vendola, non un partito, non una comunità di uomini e donne e nemmeno un'idea. La lotta è tra il male europeo e italiano e Vendola, tra il neoliberismo e Vendola, tra l'austerità recessiva e Vendola, tra il malaffare e Vendola. Viene allora da chiedersi: in questa lotta tra il bene e il male il proprio posto qual è?
E, badate, questa domanda non ha tanto a che fare con un legittimo desiderio di protagonismo o di partecipazione alle decisioni e alla preparazione dei contenuti del profilo programmatico del candidato. C'è qualcosa di più, un'inquietudine profonda in quella domanda. C'è l'interrogazione sullo statuto della politica, sul suo significato e persino sulla consistenza della realtà che si vuole trasformare.
Vi sono due elementi fondamentali che hanno caratterizzato il socialismo fin dal suo apparire nella storia: il lavoro come medium del rapporto tra il soggetto e il reale, la libertà come libertà positiva, quella per cui la mia libertà inizia assieme a quella dell'altro, diversa da quella negativa del liberalismo, che finisce dove inizia quella dell'altro. Nella tradizione socialista e poi comunista la politica si fa filosofia e viceversa. Sì, perché dice ai lavoratori che se sapranno organizzarsi potranno porre tramite il lavoro la questione filosofica per eccellenza, quella del rapporto tra soggetto e oggetto, e così facendo recuperare senso alla propria attività e sentire di potere trasformare la realtà senza sentirsene schiacciati e alienati. Dice loro che assieme possono essere produttori di una cultura autonoma non più imposta dai dominanti, tramite la quale possedere una visione del mondo per cui le cose possono essere messe a distanza, elaborate simbolicamente e poi trasformate, così che in quelle cose potranno riconoscere se stessi. Dunque il lavoro non è mera fatica e aspira a unificare la vita, e la lotta di classe non è tanto o solo un insieme di rivendicazioni materiali, ma l'affermazione dell'unità vivente della vita a fronte della lacerazione imposta dall'astrazione alienante della produzione capitalistica.
Il socialismo teneva assieme filosofia e vita, si faceva rivendicazione del carattere unitario dell'esistenza di ogni singolo che, unendosi agli altri, era in grado di affermare anche la propria individualità non più scissa, ma unità spirituale vivente. E la libertà allora per il movimento operaio non era quella negativa liberale che destinava l'individuo al godimento di beni privati. Per il socialismo, la libertà si costruiva assieme agli altri perché ci si libera nel momento in cui non si è più soggetti ai bisogni materiali e alle cose ma si diventa desiderati dal desiderio degli altri, i quali a loro volta non saranno più sottoposti al desiderio di cose ma vorranno essere riconosciuti nella loro umanità. La libertà sarà allora la costruzione di un campo simbolico in cui produrre cultura ed elaborazione della vita, una volta sottratti alla schiavitù delle cose, grazie alla liberazione del lavoro.
Nella cultura del movimento operaio, lo statuto del reale viene a presentarsi come problematico, non come un insieme di cose a portata di mano. Infatti, grazie a Hegel prima e a Marx poi, la realtà va svelata, ne va denunciato il carattere di ideologia, vanno visti quali siano i rapporti di produzione e le forze culturali che la determinano. Il mondo non è trasparente e il movimento operaio ha il compito di approssimarsi alla trasparenza tramite il conflitto sociale. Il socialismo, ancora una volta, mostra il suo carattere filosofico e non solo meramente economico. La stessa idea di cittadinanza viene a mutare rispetto a quella liberale grazie al movimento operaio e alle sue battaglie. Come sappiamo, per Gramsci l’entrata delle masse nello Stato significava infatti non conquista del potere in senso classico, ma riforma morale e intellettuale. La compenetrazione tra Stato e società civile rappresentava non solo un modello di democratizzazione progressiva, ma la nascita di un campo in cui la sfera pubblica si faceva luogo della vita e spazio per l’elaborazione collettiva di significati sociali per interpretare il vivere, il nascere, l’amare, il morire. I subalterni aprivano in questo modo lo Stato alla vita, lo liberavano dal privatismo borghese e dalle sue ipocrisie. Lo Stato che si fa spazio di elaborazione collettiva del significato del vivere era la grande riforma dei subalterni per guadagnare soggettività consapevole e protagonismo sociale.
A questo punto possiamo dunque dire che la tradizione socialista/comunista e del movimento operaio vede nella partecipazione di tutte e tutti non tanto un fatto democratico, quanto una sorta di compito filosofico grazie al quale il conflitto sociale e il lavoro liberato sono ciò che conferiscono senso alla vita poiché le cose non vengono più incontro al lavoratore come oggetti di cui non si capisce l'origine e che non si possono nemmeno trasformare – creando così dolore e alienazione – ma come elementi che egli stesso ha prodotto, di cui può quindi capire provenienza, uso, valore, direzione. La politica si fa dunque campo di riproduzione dell'esistenza e luogo filosofico. Non è dunque per il socialismo solo uno strumento per risolvere i problemi o far star meglio chi è più povero. Non è quindi nemmeno il recinto in cui scegliere classi dirigenti oneste e affidabili, in grado cioè di rappresentare interessi e proporre soluzioni a ciò che non va. Nella tradizione politica e culturale del movimento operaio lottare assieme agli altri non significa quindi partecipare per far valere il proprio parere o per esprimere una preferenza a favore di una misura programmatica o di un candidato, bensì è compito filosofico ed esistenziale, e affermazione della volontà di costruire la propria umanità assieme agli altri.
Certamente, le organizzazioni di massa socialiste e comuniste hanno avuto grandi capi e sono entrati nell'immaginario popolare quasi come veri e propri condottieri. Ma è bene dire che il condottiero non rappresentava l'alternativa al male del mondo, nemmeno colui cui affidarsi per risolvere problemi. Il condottiero conduceva sempre un popolo in lotta e assumeva spesso caratteri epici in virtù dell'ideale: il comunismo o il socialismo. Inoltre, il fatto stesso di essere leader di popolo e di un'organizzazione di massa non faceva altro che addomesticare il carisma il quale doveva inchinarsi alla macchina di partito e alla sua struttura collegiale, come del resto Max Weber ci ha insegnato.
Lo slogan «oppure Vendola» non evoca grandi ideali riconosciuti, né tantomeno un popolo in lotta o una macchina di partito. Anzi, nelle primarie i candidati – e in questo Vendola è maestro – tendono a presentarsi soprattutto come espressione della società civile o comunque come politici in ascolto, aperti alle varie istanze sociali e non come uomini di partito con un messaggio chiaro e forte derivante dall'organizzazione che si ha alle spalle. Infatti, dietro al candidato non ci sono gruppi dirigenti e partiti organizzati, ma spin doctor, consulenti di marketing, esperti dell'attivazione mirata di determinati segmenti della società.
Quell'«oppure Vendola» è stato un colpo allo stomaco di tristezza per chi scrive, che ancora si sente erede della tradizione politica e culturale del movimento operaio. Una tradizione svilita da un messaggio tipicamente pubblicitario (la solita minestra oppure Vendola/Knorr, il solito bucato oppure Vendola/Dash, le solite merendine oppure Vendola/Fiesta) che non contempla l'essere militante in lotta per affermare il senso filosofico della propria esistenza e del proprio rapporto con la realtà, ma solamente il proprio essere consumatore, che non sopporta più i soliti prodotti e desidera un "oppure", un'alternativa.
Si dirà: i tempi sono cambiati. Vero, ma il cambiamento ha segnato la sconfitta della sinistra e del movimento operaio in tutto il mondo. Non è avvenuto per caso e adeguarsi a esso significa perpetuare la sconfitta.
Negli ultimi trent'anni si è andato affermando quello che il sociologo Mauro Magatti ha definito il capitalismo tecno-nichilista. La globalizzazione ha risolto il problema dell'addomesticamento del lavoro, del suo controllo grazie alla possibilità di trasferire fuori dai paesi ricchi la produzione, dove il costo del lavoro può essere anche un decimo di quello occidentale. Il lavoro non può che perdere la sua centralità a favore del consumo. Vincolo non è più la produzione, dal momento che si produce in abbondanza, ma il consumo. E il consumo incontra l'essere umano che, al culmine della modernità, scopre che il cielo è vuoto, privo di ideologie, riferimenti, valori e religioni. Gli individui devono determinarsi da soli e sentono di poterlo fare grazie anche all'aumento inusitato di potenza che la tecnologia ha messo a loro disposizione. Si configura dunque un tipo di capitalismo che produce il massimo della libertà individuale e della potenza tecnica volta all'autodeterminazione in un mondo privo però di qualsiasi tipo di narrazione verticale costitutiva dei legami e del desiderio, per dirla in termini psicoanalitici. La biologia ha sottratto persino il potere di creazione a Dio e tutto diventa possibile, tutto e il contrario di tutto. Dopo hegelismo, marxismo e psicoanalisi freudiana il mondo torna a essere trasparente, insieme di oggetti infinitamente manipolabili, persino geneticamente.
E gran parte della sinistra pensa purtroppo che quella sia la liberazione e che suo compito sia mantenere quel mondo fluido, sempre più orizzontale senza alcuna verticalità, senza più alcun legame con tradizioni e culture che hanno cercato di pensare lo scarto tra pensiero ed essere, tra finito e infinito. Ha insomma scambiato il godimento con la liberazione e ha contribuito a rimuovere la realtà.
Massima libertà individuale, grande potenza tecnica ed esperienza del nulla che apre al deserto ma allo stesso tempo al godimento sfrenato proprio come a Las Vegas. Ha scritto Magatti:
«il nichilismo contemporaneo cerca di contrastare il difetto di realtà, emergente dalla mancanza di senso, attraverso l'impegno inesausto a "fare esistere" il nuovo, qualunque cosa esso sia, a condizione che soddisfi i requisiti di efficienza tecnica o che riesca a "toccare" la soggettività. Attraverso la messa in circolazione e il consumo immediato di un'enorme quantità di significati, il capitalismo tecno-nichilista crea così le condizioni per le quali il vuoto sembra il pieno, mentre la mancanza, derivante dall'esperienza del nulla, viene apparentemente superata mediante la saturazione dello spazio che circonda il soggetto (M. Magatti, La grande contrazione, Feltrinelli, Milano 2012, p. 60)».
Già quarant'anni fa, Jacques Lacan aveva intuito il nuovo capitalismo che si profilava all'orizzonte con il suo Discorso del capitalista, titolo di un seminario tenuto a Milano nel 1972. Nel nuovo sistema non si risolveva più la tensione tra libertà e controllo grazie al legame tra funzioni e significati all'interno dello Stato-nazione, ma grazie a dispositivi tecnici volti alla soluzione dei problemi della convivenza, al di là di qualsiasi ancoraggio valoriale e politico-culturale, e tramite la produzione inesauribile di oggetti ed esperienze in grado di suscitare emozioni e godimenti intensi, a loro volta resi possibili da soluzioni tecniche di grande efficacia comunicativa. Gli oggetti, le cose, il mondo sono così a portata di mano e identici gli uni con gli altri nel loro essere produttori di godimento fuori da qualsiasi cornice valoriale. Il mondo non ha bisogno di essere interpretato e non necessita del lavoro come medium tra soggetto e oggetto. Essi sono infatti unificati nel godimento continuo e la realtà come mistero da interpretare nella sua non coincidenza col soggetto viene rimossa. Tale rimozione mette in crisi anche il sistema scolastico, così come è sotto gli occhi di tutti. Infatti, insegnare ciò che uomini e donne hanno pensato nei secoli per interpretare la realtà e allo stesso tempo per renderla socialmente vivibile – sottratta alla mera volontà di potenza – rischia di non aver alcun fascino per le giovani generazioni (detto tra parentesi: la difesa della scuola pubblica senza riflettere su questo e affermazioni secondo le quali la cultura sarebbe il "petrolio" dell'Italia fanno francamente sorridere).
Il discorso del capitalista cambia il paradigma del capitalismo weberiano per il quale la rinuncia e il sacrificio di sé consentivano accumulazione di capitale e poi produzione di profitto. La rinuncia pulsionale, il sottostare alla Legge e a un insieme di valori come quelli dell'ascesi protestante e i legami che ne derivavano di tipo familiare e sociale non sono più una virtù per il capitalismo contemporaneo. È la spinta al godimento immediato e sfrenato a caratterizzare il discorso del capitalista contro ogni tipo di legame. Il soggetto entra in contatto con le cose e con gli altri non più grazie al legame sociale prodotto da ideali, valori, culture, tradizioni, religioni, ma solo attraverso il consumo e il godimento dell'oggetto. Oggi il godimento si sostituisce al desiderio, ove per desiderio si intende il desiderio del desiderio dell'altro, ossia la volontà di essere riconosciuti come esseri umani. L’Altro rappresenta il limite sul quale dobbiamo fermarci, ciò che blocca la cattiva infinità del consumo, dell’incorporazione, e apre alla storia dell’umano. Il riconoscimento diventa affidamento e viceversa. Esso mi espone in qualche modo all’ignoto, allo sforzo della comprensione, dal momento che trovo di fronte a me qualcosa che non posso incorporare, cioè un essere umano come me. È questo inizialmente un dolore, ma apre alla gioia del pensare, della libertà, della possibilità di creare una storia di solidarietà rispetto al comune dolore e significati condivisi. Ciò che conta non è allora la libertà in quanto autorealizzazione, ma in quanto possibilità di esprimersi, di entrare in rapporto con gli altri e far partire così la storia dell’umano, individuale e collettiva. La realtà non si impone come mero dato e ha poco senso ragionare sulla cosa in sé, come impariamo da Hegel. La realtà esiste in quanto spazio simbolico e la libertà è la capacità di attribuire significati alle cose e inserirle affettivamente in un progetto di creazione di senso.
Ci pare evidente che la caduta degli ideali e dei riferimenti valoriali associata al prevalere del godimento sul desiderio non possa che mettere in crisi la politica e qualsiasi idea di trasformazione sociale, intesa anche come compito filosofico:
«La caduta dell'Ideale e della sua funzione orientativa e l'affermazione dell'oggetto di godimento in una posizione di agente sono i due elementi cruciali che animano il discorso del capitalista come macchina anonima di godimento e mostrano la precarietà simbolica dell'Altro contemporaneo: crisi della politica, dell'ideologia, del religioso, della dimensione valoriale, del discorso educativo, epoca postideologica, postmoderna, ipermoderna, postumana. Si tratta di una precarietà che è il prodotto di una instabilità dei legami, di legami senza Ideale, instabili, liquidi direbbe Bauman, esposti alla contingenza del sintomo. Ma anche di legami chiusi, cristallizzati, non-liquidi, reificati, solidificati, gelati, molecolari, involuti, segregativi. La caduta dell'Ideale [...] non comporta solo la liquefazione dei legami in quanto privati di ogni orientamento ideale, ma tende anche a rafforzare un loro compattamento monadico, autistico, apatico, narcisisticamente ostile allo scambio simbolico (M. Recalcati, L'uomo senza inconscio. Figure della muova clinica psicoanalitica, Raffaello Cortina, Milano 2010, p. 30)».
Allora sì, i tempi sono cambiati, ma compito del socialismo del XXI secolo non sarà né quello di adeguarsi ai tempi né quello di riproporre consunte ricette keynesiane, per quanto neo o, appunto, aggiornate al tempo presente. Il tempo è cambiato e mette in crisi lo statuto dell'umano. Da qui, da quella che è stata definita un'emergenza antropologica (Si veda, P. Barcellona, P. Sorbi, M. Tronti, G. Vacca,Emergenza antropologica, Guerini e Associati, Modena 2012), occorre ripartire per riprendere l'ambizione filosofica del socialismo, affinché l'umano possa di nuovo mettere a distanza l'oggetto del desiderio. Oggi il mondo viene ridotto a mera informazione dalle neuroscienze e dalla biologia, e gli esseri umani non sono più coloro che, come ci ha insegnato Hegel, mettono a distanza per poter pensare, ma semplici scambiatori di informazione; informazione che non è il sapere simbolico che nasce dalla messa a distanza per capire il proprio posto nel mondo, ma un meccanismo che attua processi di calcolo per predire la soluzione migliore all’interno del sistema. In questo modo vengono a scomparire processi e soggetti sociali. Il sociale si ritrae e rimane il vivente col suo codice immunitario in cui si accumulano informazioni per vivere di più o provare più piacere nell’immediato.
La sinistra non ha bisogno di leader solitari a cui affidare la soluzione di problemi. Bisogna lavorare per ripristinare il socialismo come compito filosofico, compito che non può essere altro che corale e popolare. Il leader da scegliere nelle primarie è fin troppo a sua volta un oggetto da consumare, a cui peraltro affidare la soluzione dei problemi affinché si possa rimanere in un mondo liquido di godimento sfrenato, in cui gli oggetti si consumano e non si mettono a distanza.
Quell'oppure seguito dal nome del candidato sta a significare l'affidamento al singolo capo carismatico che non dovrà far altro che mantenere fluido il mondo costellato di oggetti a portata di mano, pronti da godere tra viaggi low cost, mondo virtuale ed espressione del talento inteso come capacità di creare contenuti sempre diversi e sempre uguali allo stesso tempo. E il capo amato dai giovani sarà in grado di rendere sempre più liscio e sempre più fruibile quel mondo. Non c'è bisogno degli altri, non c'è bisogno di una comunità, di compagni con cui svelare, interpretare e trasformare il mondo. C'è allora solo bisogno del leader carismatico che mantiene fluido il mondo, lo rende accessibile giorno e notte al godimento, fuori dalle stanze delle novecentesche sezioni di partito, definite poco accoglienti e sporche.
Prof. Claudio Bazzocchi
Università degli Studi di Bari Aldo Moro - Facoltà di Scienze Politiche
