martedì 13 aprile 2010

Identità PD. Discussione Macaluso-Salviati-Turci



Ripropongo qui uno scambio di battute tra Emanuele Macaluso, Michele Salvati e Lanfranco Turci sulle sorti del PD, della sua identità culturale e del concetto stesso di Sinistra e Socialismo:

A)Salvati alla fine deluso dal suo Pd


Em.Ma. aprile 6, 2010

Deluso dal Pd di cui è stato ispiratore, Michele Salvati ha detto al Riformista: “Altro che partito nuovo. Purtroppo bisogna prendere atto che il Pd è un soggetto politico della prima Repubblica (magari!), la somma di due vecchie culture che non ha una minima idea di com’è cambiata la società”. E i giovani di quel partito sono già “vecchi”. Michele è uomo colto e disinteressato e francamente non si capisce perché ha pensato che il Pd, per come è nato, potesse avere un destino radioso. Modestamente, nel mio pamphlet Al Capolinea, pubblicato nel momento in cui quel partito nacque, avevo previsto l’esito di cui parla ora Salvati. E non certo perché sono più intelligente di lui, ma perché le mie analisi non partivano da uno schema astratto, da ciò che si riteneva necessario al centrosinistra, ma da un’analisi della realtà, di cosa erano Ds e Margherita nel momento in cui si mettevano insieme: non sempre, dicevo, quel che consideriamo necessario è anche possibile. E ora? Ripeto: non possiamo augurarci una crisi distruttiva del Pd. Cosa c’è dopo? Discutiamo senza rabbia e rancori il da farsi .

Emanuele Macaluso




B) La risposta di Salvati


Michele Salvati aprile 6, 2010

L’intervistatore del Riformista mi ha trovato in un momento di sconforto, dovuto ad una riunione deprimente con alcuni intelligenti e appassionati militanti di un circolo milanese: in sostanza, su tutte le principali riforme, da quelle cui sono interessati il Pdl e la Lega a quelle cui dovremmo essere interessati noi, questi bravi militanti non sanno quale sia la posizione del partito. Nei circoli, nei territori, regna la confusione: dov’è quella cosa che una volta si chiamava la “linea”? Perché dal centro non arrivano, sui temi di cui discutono i giornali (dal presidenzialismo alla giustizia, dal federalismo al welfare, dalla scuola alla riforma della pubblica amministrazione, dal Mezzogiorno alle piccole imprese, dall’economia all’ambiente…e via a seguire) dei materiali semplici, che illustrino con chiarezza quali sono le proposte del PD? Le domande sono retoriche perché le risposte sono note: tra i massimi dirigenti, tot capita, tot sententiae. E troppe risposte equivalgono a nessuna risposta. L’elezione ad ampia maggioranza di un nuovo segretario per ora non ha cambiato niente: la famigerata “linea” non c’è, c’è la cacofonia dei boss. E poi ci si meraviglia delle batoste, del fatto che il PD non è visto come un’alternativa?

Caro Emanuele, può benissimo essere che tu fossi realista ed io un illuso (anche tu avevi le tue illusioni: trasformare l’ex-Pci dei figiciotti in un moderno partito socialdemocratico). Ora il PD è un fatto compiuto ed è l’unica cosa organizzata (si fa per dire) che resta in campo riformista. Che cosa vogliamo farne? Con affetto e stima immutati.

Michele Salvati





C)Rispondendo a Salvati




Lanfranco Turci aprile 8, 2010


Caro Michele,



Tu sei uscito sconfortato dalla riunione dei bravi militanti milanesi frustrati perché da Roma non arriva la linea. Io invece sono sconfortato per il fatto che compagni del tuo valore e tanti altri con cui ho condiviso anni di battaglie politiche nella fase post-Pci(e anche prima)possano pensare che il problema del PD stia nel non saper scegliere,nel non sapere decidere,nel non riuscire a liberarsi della cacofonia dei boss. Eppure –continua il ragionamento sotteso-avremmo una enciclopedia di proposte già pronte(ricordate il programma elettorale di Veltroni?),basterebbe un partito che rispettasse le regole che si è dato,come dice il nostro amico Morando e avesse una leadership decisa a farsi valere. Ma non ti viene il dubbio che alla base della crisi del PD ci sia qualcosa di più profondo,quella mancanza di identità cui anche tu hai contribuito come padre nobile di quel partito?E con te certamente anche molti altri -nel mio piccolo e fino a un certo punto anche io-quando si è teorizzato la fine delle ideologie novecentesche e della aborrita socialdemocrazia?Salvo poi proporre come il verbo la versione liberal-liberista della sinistra à la Blair,l’accomodamento alle logiche della globalizzazione guidata dalla finanza e dalle dottrine del Washington consensus ,cui aggiungere la spalmatura in basso di quel tanto di grasso che ci si aspettava dovesse continuare a esserne prodotto a tempo indefinito?Una cultura politica che alla prova della crisi internazionale si dimostra incapace di capirne le cause e soprattutto incapace di interpretare le preoccupazioni,le paure e le aspirazioni dei ceti popolari e delle aree tradizionali della sinistra. Non è paradossale che nella riproposizione dell’alleanza fra meriti e bisogni avanzata ancora ieri da Morando emergano la spesa pubblica e la pressione fiscale come bersagli da colpire?O che tu nella bella relazione che hai tenuto recentemente a Cortona sul dover essere del Pd,arrivi alla “disperata”conclusione che sul piano macroeconomico le proposte della sinistra possano difficilmente distinguersi da quelle della destra,mentre sul piano micro dovrebbero essere ancora più impopolari?Non a caso nei giorni scorsi sul Corriere hai indicato le ragioni delle difficoltà del PD nella incapacità di liberarsi dai condizionamenti della sue alleanze sociali(il sindacato)e del suo insediamento elettorale(il pubblico impiego).Non male!Al PD manca solo questa ultima cura per arrivare direttamente al cimitero!Attenzione:non sto sostenendo che anche qui non occorrano innovazioni . Soprattutto ci vorrebbe un sindacato più deciso nel combattere il precariato,i bassi salari e il lavoro nero. Ma da qui dovrebbe partire tutto un altro discorso della sinistra che ritrovi nel lavoro e nella difesa dei ceti popolari le ragioni per riproporre su scala nazionale ed europea un’altra dinamica dello sviluppo. Non è un discorso facile. Sono temi che non siamo più abituati ad affrontare,vuoi che parliamo di politica della domanda,vuoi che parliamo di leve pubbliche di governo dello sviluppo. Sono questioni che puzzano di socialismo,di interventismo pubblico,di sindacati e di alleanze sociali mirate. Eppure io ritengo migliore la vecchia formula dell’alleanza fra classe operaia e ceti medi,aggiornata sociologicamente all’Italia di oggi,che la formula proposta da Morando(Europa 6 aprile)di un fronte indistinto degli innovatori:”i produttori di beni e servizi che sfidano la competizione globale-operai,tecnici,imp
renditori,professionisti ,ricercatori- che percepiscono la nostra politica come lontana soprattutto perché volta a difendere una spesa pubblica(e la conseguente pressione fiscale)che essi considerano… in larga misura improduttiva,al limite del parassitismo sociale e territoriale”.Se continuiamo a fare dello stato e della spesa pubblica un feticcio polemico,se continuiamo a considerare come decisivo il buon funzionamento del mercato secondo la vulgata,ma non la prassi,neoliberista,come possiamo chiedere un governo europeo dell’economia,come possiamo pretendere dalla Germania il rilancio della sua domanda interna per aiutare la crescita europea e evitare la disintegrazione dell’Europa? E come possiamo chiedere politiche fiscali comuni,non concorrenziali ,o politiche salariali e dei diritti sociali comuni o comunque convergenti verso livelli più civili ,pena la guerra fra poveri e l’ulteriore indebolimento del mondo del lavoro anche in Europa?E come possiamo opporci all’arroganza di una finanza internazionale che prima ha precipitato il mondo nella crisi e ora si oppone alla regolamentazione e ai tagli dei bonus?Posso sbagliare. A volte scherzando dico che comincio ad avere delle idee che mi preoccupano. Ma non credi, caro Michele,che di questo dovremmo discutere ,piuttosto che continuare col chiacchiericcio che domina nel PD anche dopo una sconfitta così grave?Un PD che trovo perfettamente descritto in un recente articolo di Marco Revelli:”inerte nel gioco incrociato dei notabilati interni….incapace di mobilitare passioni e di nobilitare interessi. Soprattutto esangue,privo di una propria corporeità sociale,di un proprio popolo,di una propria gente in nome della quale parlare e dalla quale essere riconosciuto”.


Lanfranco Turci

venerdì 9 aprile 2010

Anni Zero. Addio senza rimpianti.




"Un decennio che è stato chiamato “gli anni zero”. Un decennio piatto, nel quale non è accaduto nulla di buono, nessuna delle cose che sembravano a portata di mano all’alba del nuovo millennio. Un decennio attraversato dalla grande paura del terrorismo, e concluso con la più grande crisi economica dal dopoguerra ad oggi.Anni pieni di speranza per un nuovo inizio di questo mondo, che invece si è avvitato su se stesso, si è perso in un’eterna transizione dove un’epoca al tramonto, una civiltà agonizzante non riesce a lasciare il posto ad una nuova era. Scorrono sotto gli occhi questi anni: gli anni dell’11 settembre, delle guerre preventive, dello Tsunami dell’oceano indiano che distrusse 230 mila vite, il fallimento di Lehman Brothers. E i problemi che incancreniscono: inquinamento, disuguaglianze crescenti tra nord e sud del mondo. E qui nel nostro paese, gli anni di Silvio, sempre Silvio, nient’altro che Silvio. Tutto finito: gli anni zero ci salutano, e noi li salutiamo, senza rimpianti."
(Carlo Cipiciani)

L’ immagine del tunnel, per definire un percorso al buio attraverso una lunga serie di crisi, è ormai inflazionata e svalutata. Ma è quella che definisce meglio i primi anni del secolo, dall’elezione di George W. Bush alla Casa Bianca nel novembre del 2000 all’elezione di Barack Obama nel novembre dell’anno scorso. Le responsabilità non sono soltanto americane. Non è colpa degli Stati Uniti, ad esempio, se il fanatismo islamico, nel settembre del 2001, scatena la guerra santa nel cielo di New York. Ma molto di ciò che è accaduto ha le sue origini nel modo in cui l’America, da quel momento, ha concepito il proprio ruolo nel mondo e nei metodi con cui ha perseguito i suoi obiettivi. La lista degli avvenimenti funesti è impressionante: la guerra afghana, la guerra irachena, la guerra libanese, la guerra georgiana, la guerra di Gaza, le guerre africane, imassacri del Darfur, una lunga serie di attentati terroristici da Madrid a Londra, dal Pakistan all’India, dall’Indonesia alla Turchia, e una serie non meno importante di repressioni poliziesche in Birmania, nel Tibet, nello Xinjiang, in Iran. Il catalogo delle crisi economiche e finanziarie non è meno lungo, da quella del petrolio e del gas a quella dell’industria automobilistica, da quella americana dei mutui a quella delle banche e delle compagnie di assicurazione, da Wall Street alla City. E mentre gli Stati Uniti reagivano a ogni insuccesso raddoppiando testardamente la posta, l’Europa impiegava otto anni per approvare una Costituzione che le permettesse di governare se stessa e di avere un ruolo mondiale corrispondente alla sua importanza. Aggiungo, per completare il quadro, che in questo marasma si sono fatti spazio gli avventurieri e i corsari, da quelli che controllano gli Stati, come il venezuelano Hugo Chávez e i signori nordcoreani di Pyongyang, a quelli che catturano le navi nel Golfo di Aden e al largo delle coste somale. Forse siamo prossimi alla fine del tunnel. Vi saranno altre guerre, altri attentati terroristici e altre operazioni militari, forse addirittura nei prossimi giorni. Ma lo stile degli Stati Uniti è cambiato, l’Europa ha finalmente una Costituzione, la crisi del credito ha ripulito almeno in parte le stalle della finanza internazionale e molte industrie (quelle dell’automobile ad esempio) sanno che non è più possibile tornare alle dimensioni di un tempo. So che la conferenza di Copenaghen viene considerata da molti un insuccesso. Ma tra la situazione degli anni scorsi, quando alcuni fra i maggiori Paesi inquinanti rifiutavano qualsiasi impegno, e quella d’oggi corre una bella differenza. So che il G20 non sarà mai probabilmente il governo mondiale dell’economia, ma sarà pur sempre meglio di un G8 che rappresentava soltanto i vecchi proprietari. So che gli Stati Uniti continueranno a considerarsi superpotenza, ma l’America di Obama, soprattutto dopo l’approvazione della riforma sanitaria, assomiglierà un po’ di più all’Europa. Gli Stati, come gli esseri umani, non smetteranno mai di commettere errori. Ma sanno imparare le lezioni ed eviteranno, almeno per un certo periodo, di ripetere gli errori del passato. Possiamo dire lo stesso del nostro Paese? Durante il primo decennio del secolo l’Italia è stata, come spesso nel corso della sua storia, schizofrenica. La sua classe politica è litigiosa, il suo rapporto con gli elettori èmediocremente clientelare, i suoi dibattiti sono futili e retorici, l’apparato statale è poco produttivo, le corporazioni sono potenti e miopi. Ma il frastuono delle chiacchiere copre il silenzio di coloro che lavorano seriamente e mettono a segno ogni tanto risultati importanti, spesso con un confortante grado di continuità tra governi di colore diverso. Sul piano delle infrastrutture, un settore cruciale per la sua modernizzazione, il Paese, alla fine del decennio, sta meglio che all’inizio. Lo spettacolo è ancora più confortante se spostiamo lo sguardo dall’apparato politico-amministrativo alla società. Mentre l’agenda politica nazionale era dominata dalla discussione sul declino, molti industriali hanno affrontato il problema senza dare retta alle Cassandre e hanno reinventato le loro aziende. Da una ricerca della Fondazione Edison, descritta da Marco Fortis sul Sole 24 Ore del 29 dicembre, risulta che nel 2007, prima della grande crisi del credito, l’Italia era «seconda soltanto alla Germania per numero complessivo di primi, secondi e terzi posti nell’export mondiale ogni 100.000 abitanti, precedendo Francia e Corea del Sud». Non è tutto. Mentre le cicale americane e inglesi bruciavano il loro denaro, le formiche italiane continuavano a risparmiare. Abbiamo un pesante debito pubblico, ma se altri Paesi sommassero il debito delle pubbliche amministrazioni a quello delle famiglie, scoprirebbero che la loro situazione, in qualche caso, è peggiore della nostra. Esiste una sonder weg italiana, una via speciale dell’Italia, che ci riserva talvolta qualche gradevole sorpresa. Occorre evitare tuttavia, al momento dei bilanci, i pericolosi compiacimenti. Dovremmo piuttosto constatare che le potenzialità italiane sono frenate dalla mediocrità della sua classe politica, dallo stato del Mezzogiorno e dalla snervante lentezza con cui stiamo modificando le nostre invecchiate istituzioni. Siamo usciti senza troppi danni da un decennio orribile. Pensate a che cosa accadrebbe se, invece di camminare, ci mettessimo a correre.

Sergio Romano

da “il Corriere della sera” del 31/12/2009

mercoledì 7 aprile 2010

Pd a volte ritornano (...i problemi di cultura politica)


Lo stato di salute del Partito democratico, politicamente e organizzativamente parlando, è davvero poco buono. Lascio da parte la cosiddetta “questione morale” perché la mia interpretazione è che, quando un partito non è in grado di controllare il reclutamento, la selezione, la promozione dei suoi simpatizzanti e iscritti, dirigenti e candidati, lì nasce la questione morale, nelle défaillances, nelle smagliature organizzative, nelle collusioni interne ed esterne. Il fatto è che i due protagonisti iniziali del Partito democratico, Prodi e Veltroni, che lo vollero fortemente, sembrano fuori gioco e che il partito è nelle mani di Bersani e di D’Alema, certamente non fra i più entusiasti sostenitori della prima ora. In realtà, l’obiettivo di Prodi e Veltroni era sembrato essere un altro, più ambizioso e di maggiore respiro di un semplice Partito democratico. Era l’Ulivo che, nella sua versione originaria, doveva costituire molto di più che una somma di due partiti, proiettandosi certamente parecchio oltre la allora inesistente Margherita e l’allora stagnante Partito democratico di Sinistra. La nostalgia per un passato, che non ebbe mai una sua concreta traduzione, deve fare riflettere anche sugli errori. Due volte Prodi, che adesso viene variamente invitato a tornare in campo, ad esempio, per fare il sindaco di Bologna, rifiutò di diventare il capo di un organismo chiamato Ulivo: nel 1996, subito dopo le elezioni, e nel 2005 subito dopo le “sue” primarie. Segnare da parte sua uno stacco netto fra il ruolo di governante e la carica di capo del partito-organizzazione a suo sostegno fu, in entrambi i casi, abbiamo poi visto com’è andata a finire, un errore gravissimo, irreparabile. Adesso, è sicuramente troppo tardi, per di più dopo il suo rifiuto di fare il presidente del Partito democratico ruolo, che, avrebbe potuto anche non essere soltanto cerimoniale. Invece di farsi invocare per togliere dal fuoco le troppe castagne democratiche, Prodi avrebbe avuto l’opportunità, dall’alto della presidenza del Pd, di evitare che ci venissero messe sul fuoco, quelle castagne. L’altro co-protagonista dell’Ulivo, Veltroni (ricordo che fu vicepresidente del Consiglio dal maggio 1996 all’ottobre 1998), non va privo di errori. La sua impetuosa e sconsiderata campagna per la sua elezione popolare alla segreteria del nascente Partito democratico non poteva non avere come conseguenza la destabilizzazione del govern
o Prodi. La logica democristiana, “il segretario del partito più grande è il successore naturale del presidente del Consiglio in carica”, era e risulta implacabile. Purtroppo per lui, Prodi non disse abbastanza alto, forte e frequente, “il capo politico del Pd sono io; Veltroni ne è il segretario organizzativo”. Alquanto inconscientemente, Veltroni non prese atto che era inevitabilmente, persino, troppo speranzosa-mente, percepito come il successore designato di, ma non da, Prodi. E fu crisi, di cui Veltroni neppure intuì il sopravvenire e per la quale, in una orgogliosa intervista al Corriere della Sera, non sente di dovere fare autocritica alcuna. Certamente, “il senso” ad una “storia” che, coerente con il suo slogan elettorale, Bersani vuole dare, non sembra affatto riferirsi alla breve storia dell’Ulivo e dell’immagine del Pd che Prodi e Veltroni hanno frequentato. Ricostruire il Partito comunista non si può; ridare fiato ai Democratici di Sinistra non si deve; costruire un Partito Socialdemocratico non si vuole. Non resta, pertanto, che resuscitare l’Ulivo ovvero qualche cosa di molto simile. Ma bastano le punzecchiature di Prodi, da un parte, e la proposta di una Scuola di politica di Veltroni dall’altra, per costruire una nuova organizzazione politica? Le classi politiche non nascono nelle scuole, dove, al massimo, si possono apprendere alcune tecniche (magari la politica si studia e si impara meglio nelle facoltà di Scienze politiche e affini). Affinché nasca una nuova classe politica, fenomeno nient’affatto affidabile alle giovani generazioni, è necessario un progetto politico chiaramente delineato; sono indispensabili referenti sociali; sono decisive le battaglie politiche, locali più che nazionali. Quando dall’alto del Partito democratico verrà meno il desiderio di controllare le dinamiche locali e dal basso cresceranno la voglia e il coraggio di impadronirsi del proprio territorio senza cercare sponsor nazionali, in un eventuale conflitto aperto, allora si vedrà chi ha filo da tessere. Fintantoché i gomitoli rimangono nelle mani di alcuni dirigenti inamovibilmente seduti a Roma, meglio se dentro il Parlamento, lo spazio per “l’innovazione, la radicalità riformista, la legalità, le primarie” (uso le parole di Veltroni nell’intervista citata) sarà minimo, sostanzialmente inesistente, schiacciato dalle appartenenze correntizie, anche da quelle “veltroniane”.

Gianfranco Pasquino

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