sabato 27 febbraio 2010

Marco Travaglio. Questo qui ha sbroccato.



"Marco Travaglio ha sbroccato sul serio, ma per spiegarlo è necessario un riassuntino. Giovedì scorso, ad Annozero, c’era lui che stava parlando delle pericolose frequentazioni di Guido Bertolaso, dopodiché un interlocutore, Nicola Porro del Giornale, gli ha fatto notare che una pericolosa frequentazione poteva essere capitata anche a lui, dopodiché, lui, Travaglio, ha avuto una reazione oggettivamente spropositata e ha preso Nicola Porro a maleparole («liberale dei miei stivali», e anche peggio) dopodiché Maurizio Belpietro ha cercato pacatamente di tornare sull’argomento, dopodiché è stato preso a maleparole anche lui («raglia, raglia pure») dopodiché, complice Michele Santoro, alla fine Porro e Belpietro non sono riusciti a dire quello che volevano dire. In una pubblica lettera a Santoro, poi, Travaglio ha scritto che Porro e Belpietro «non sono giornalisti», «frequentano corsi specialistici», «passano a ritirare la paghetta», «se non si abbassano a sufficienza vengono redarguiti o scaricati dal padrone», del resto «non hanno alcun obbligo di verità», non temono denunce perché attingono a un berlusconiano «fondo spese», fanno «i froci col culo degli altri» e si divertono perché «sguazzano nella merda e godono a trascinarvi le persone pulite per dimostrare che tutto è merda». Nel caso, rileggere.
Dopodiché Santoro l’ha mazzulato (la sua klettera è di seguito, secondo me bellissima) ma Travaglio, come stordito, ha ricominciato come se nulla fosse. In una sua rubrica su internet, e in una contro-replica sul Fatto, ha premesso che a Ballarò «hanno concesso a Bertolaso di farsi una serata di gala a spese del contribuente» e che comunque le cose che ha detto Bertolaso «sono stronzate, eppure gli è stato consentito di dire queste stronzate a Ballarò». Mentre ad Annozero, per contro, Porro e Belpietro hanno fatto «quello che fanno sempre, gli avvocati d’ufficio» e per il resto lo hanno calunniato: «Mi calunniano», «calunnia personale», «falsità, diffamazioni, calunnie». Sono tutte espressioni di Travaglio.
Ora, primo: rendetevi conto. Rendetevi conto della deriva di questo qui, l’unico giornalista della Terra. Sono tutti «merda», dicono «stronzate», manco Santoro va più bene. E neanche Di Pietro – ma qui lo perdoniamo.
Secondo: non c’è nessuna calunnia. Travaglio ha frequentato intimamente un poliziotto tre mesi prima che lo arrestassero perché vendeva notizie e prima che lo condannassero per favoreggiamento di un mafioso, un prestanome di Bernardo Provenzano. Nessuna calunnia: è Travaglio che ogni volta sposta il tiro e si difende da un’accusa che nessuno dei citati gli ha fatto: «Io di quelle vacanze ho documentato fino all’ultimo centesimo», ha scritto, «me le sono pagate io», «mi dovrei vergognare dopo che addirittura ho documentato tutto con gli assegni». Continua cioè a indignarsi, Travaglio, per una velata accusa che solo Giuseppe D’Avanzo di Repubblica buttò lì tempo fa: che si fosse fatto pagare le vacanze dal citato prestanome di Bernardo Provenzano, qualcosa cioè che nessuno ha mai scritto (su Libero e su Il Giornale) e che semmai è stata giudicata un’ipotesi ridicola e improbabile per esempio dal sottoscritto.

E allora qual è il problema? Il problema è che Travaglio, anche solo della frequentazione del tizio poi condannato, si vergogna come un ladro: «Mi ha detto che c’era un villaggio turistico», ha cercato di liquidare la faccenda l’altro ieri, «e sono andato a affittarmi una casetta dove, tra varie decine e decine di persone, c’era anche la sua». Si vergogna, cioè, che questo tizio gli abbia invece organizzato le vacanze, fatto pagare una cifra ridicola al momento del conto, prestato arredi e suppellettili per la casa disadorna, ci abbia giocato a tennis, e, con famiglia e figli, abbiano sguazzato nella – solamente – piscina del residence. Si vergogna di questo perché «ha una reputazione» e la sua purezza ne risentirebbe. Siamo vicini alla pazzia.
Terza e ultima questione. La scusa ufficiale per cui Travaglio ha sbroccato, a suo dire, sarebbe questa: gli interlocutori – per esempio quei venduti di Porro e Belpietro – divagano dal tema e parlano d’altro, senza contare che «se stai zitto autorizzi qualcuno a pensare che hai qualcosa da nascondere, se invece parli dovresti parlare per mezz’ora». Ora: l’attinenza del tema l’ha già spiegata Belpietro su Liber e non sto a tornarci. Va detto però che se anche Travaglio avesse ragione – e non ce l’ha – la cifra stilistica che lamenta è quella che lui ha perfezionato meglio di chiunque. Le puntate di Annozero in cui ha monologato di tutt’altro, rispetto al tema della serata, non si contano: dipende dal tema e dagli ospiti. Una volta, per dire, c’era Di Pietro che era sotto la lente perché gli avevano inquisito il figlio a Napoli: Travaglio fece un monologo su Previti e su Cirino Pomicino. La delegittimazione-divagazione è proprio il cuore del linguaggio travagliesco: «Il pregiudicato Caio», «l’ex socio di mafiosi Tizio», «il ladro latitante Sempronio», tutte liquidazioni da due secondi e che sì, è vero, se parli dovresti spiegare, «dovresti parlare per mezz’ora». Travaglio lo pretende solo per sé: altrimenti gli interlocutori tacciano, al limite non vengano invitati ad Annozero. Lui ha una reputazione. Non è come i giornalisti del Giornale che «prendono lo stipendio da un pregiudicato», ha scritto sabato a proposito di divagazioni, non è «come quelli di Libero, che continuano a fare i direttori di un editore, Angelucci, che è stato arrestato due volte». Solo arrestato, tra l’altro, e non condannato: ma questo lo si specifica, qui, perché siamo servi e abbiamo tempo, anche mezz’ora. Non abbiamo una reputazione, non ce l’ha Angelucci, non ce l’ha nessuno dei migliaia che il nostro sputtana per mestiere. Ce l’ha Travaglio, la reputazione. Quale, però, non gli è chiaro.

Filippo Facci

Qui di seguito trovate altro materiale più il carteggio Santoro-Travaglio.

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Sono da poco passate le 22 e in studio c’è un filo di nervosismo: un paio di ospiti – Maurizio Belpietro di Libero e Nicola Porro del Giornale – stanno vincendo ai punti nel difendere Guido Bertolaso, definito a un certo punto «incapace assoluto» da Marco Travaglio che fiuta subito, però, d’aver fatto un autogol. «No no, Maurizio, intendevo un’altra cosa… », parlava cioè di «un signore che non si rende conto di chi sta nella stanza a suo fianco, di chi sono le persone di cui si circonda, e della inopportunità di instaurare rapporti di dimestichezza con… ». L’eresia è qui. Nicolo Porro, sottotraccia, gli dice: «Travaglio, dài, sarà capitato anche a te di frequentare persone che non si sarebbe dovuto frequentare», «assolutamente no… assolutamente no… e intanto io non sono il capo della protezione civile… ». Travaglio si è palesemente agitato ma Porro insiste, e allora ancora Travaglio: «Io non accetto questo tono intimidatorio, io non sono il capo della protezione civile… io non ho mai dato una lira pubblica… ». Porro: «Cioè, tutti possono accettare il tuo tono intimidatorio, mentre tu…?». «Ma vergognati, stiamo parlando di denaro pubblico». «Porro: «Ma stai calmo, stai calmo, prenditi un’aspirina…». Travaglio: «Questi liberali del cavolo… liberali dei miei stivali… ». Porro: «Due, aspirine». Travaglio: «Sei, un poveraccio, sei». Il pubblico applaude Travaglio, obviously. Volano anche un «cretino» e un «deficiente» sinché Santoro tronca: «Lui ci cade sempre in questa cosa», dice riferito al suo Marco, cui suggerisce: «Ma lasciali incitare, chissefrega… ci cadi sempre in questa cosa…». Poi manda un servizio che raffredda tutto. ma solo per un po’. Più tardi, infatti, dopo aver parlato di piscine olimpioniche lunghe 52 metri, ritorna il tema delle frequentazioni. Tocca Belpietro: « … se allora dobbiamo prestare attenzione a tutte le frequentazioni, forse noi dobbiamo spiegare ai telespettatori, a casa, che cosa è successo qui prima: ossia come mai Marco Travaglio si è tanto arrabbiato quando si è parlato di frequentazioni… ». Ma ricomincia il caos. Belpietro: «Tu, Marco, sei stato accusato da un tuo collega di Repubblica… ». Ma non riesce a dirlo, Travaglio vuole palesemente buttarla in caciara e Belpietro ne prende atto. Travaglio: «Ma parla sinché vuoi… raglia sinché vuoi… spiega perché Bertolaso… ». Belpietro «Tu sei stato accusato, volevo dire, di aver frequentato un signore che ha favorito la mafia… E tu non hai commesso nulla, ma…». Travaglio: «Siete fuori di testa… ma pensate ai vostri editori…». Pure Santoro nota il nervo scoperto di Travaglio, gli dice di lasciar perdere ma il nostro non ci pensa neanche: «Che cosa devo fare, devo star qui a prendere gli insulti?, io me ne vado… che cosa devo fare?, non devo rispondere?». E Santoro: «E allora rispondi, facciamo un dibattito… perdiamo un’ora per spiegare il niente che è successo… perché Travaglio – così la racconta Santoro, seccato, rivolto al pubblico – ha frequentato un magistrato e un uomo di polizia quando non si sapeva che era condannato e un cavolo di niente… ». Questa la chiara spiegazione. Si passa ad altro.

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Caro Michele,

ho riflettuto su quanto è accaduto giovedì ad Annozero. E, siccome è accaduto davanti a 4 milioni di persone, te ne parlo in forma pubblica. Parto da una tua frase dell’altra sera: “Parliamo di fatti”. Il punto è proprio questo. Si può ancora parlare di fatti in tv? Sì, a giudicare dagli splendidi servizi di Formigli, Bertazzoni e Bosetti. No, a giudicare dal cosiddetto dibattito in studio, che non è più (da un bel pezzo) un dibattito, ma una battaglia snervante e disperante fra chi tenta di raccontare, analizzare, commentare quel che accade e chi viene apposta per impedirci di farlo e costringerci a parlar d’altro.

La maledizione della par condicio, dovuta alla maledizione di Berlusconi, impone la presenza simmetrica di ospiti di destra e di sinistra. E, quando si tratta di politici, pazienza: la loro allergia ai fatti è talmente evidente che il loro gioco lo capiscono tutti.

Ma quando, come l’altra sera, ci si confronta fra giornalisti, anzi fra iscritti all’albo dei giornalisti, ogni simmetria è impossibile: quelli “di destra” parlano addosso agli altri e – quando non sanno più che dire – tirano fuori le mie condanne penali (inesistenti) o le mie vacanze con mafiosi o a spese di mafiosi (inesistenti). Da una parte ci sono giornalisti normali, come l’altra sera Gomez e Rangeri, che non fanno sconti né alla destra né alla sinistra; e dall’altra i trombettieri. Che non sono di destra: sono di Berlusconi. E non fanno i giornalisti: recitano un copione, frequentano corsi specialistici in cui s’impara a fare le faccine e a ripetere ossessivamente le stesse diffamazioni.

Invece di contestare i fatti che racconti, tentano di squalificarti come persona. Poi, a missione compiuta, passano alla cassa a ritirare la paghetta. E, se non si abbassano a sufficienza, vengono redarguiti o scaricati dal padrone. Non hanno una faccia e dunque non temono di perderla.

Partono avvantaggiati, possono permettersi qualunque cosa. Non hanno alcun obbligo di verità, serietà, coerenza, buonafede, deontologia. Non temono denunce perchè il padrone mette ogni anno a bilancio un fondo spese per risarcire i danni che i suoi sparafucile cagionano a tizio e caio dicendo e scrivendo cose che mai scriverebbero o direbbero se non avessero le spalle coperte. Come diceva Ricucci, che al loro confronto pare Lord Brummel, fanno i froci col culo degli altri.

Sguazzano nella merda e godono a trascinarvi le persone pulite per dimostrare che tutto è merda. E ci tocca pure chiamarli colleghi perchè il nostro Ordine non s’è mai accorto che fanno un altro mestiere. Ci vorrebbe del tempo per spiegare ogni volta ai telespettatori chi sono questi signori, chi li manda, quali nefandezze perpetrano i loro “giornali”, perchè quando si parla di Bertolaso rispondono sulle mie ferie e soprattutto che cos’è davvero accaduto a proposito delle mie ferie: e cioè che ho documentato su voglioscendere.it di aver pagato il conto fino all’ultimo centesimo e di aver conosciuto un sottufficiale dell’Antimafia prima che fosse arrestato e condannato per favoreggiamento, interrompendo ogni rapporto appena emerse ciò che aveva fatto (i due trombettieri invece dirigono e vicedirigono i giornali di due editori – Giampaolo Angelucci e Paolo Berlusconi, già arrestati due volte ciascuno, il secondo pregiudicato – e non fanno una piega).

Ma in tv non c’è tempo per spiegare le cose con calma. E, siccome io una reputazione ce l’ho e vi sono affezionato, non posso più accettare che venga infangata ogni giovedì da simili gentiluomini. Gli amici mi consigliano di infischiarmene, di rispondere con una risata o un’alzata di spalle. Nei primi tempi ci riuscivo. Ora non più: non sai la fatica che ho fatto giovedì a restarmene seduto lì fino alla fine. Forse la mia presenza, per il clima creato da questi signori, sta diventando ingombrante e dunque dannosa per Annozero. Che faccio? Mi appendo al collo le ricevute delle ferie e il casellario giudiziale? Esco dallo studio a fumare una sigaretta ogni volta che mi calunniano? O ti viene un’idea migliore?

Caro Marco,

risponderò con franchezza alla tua lettera che mi sembra venire da troppo lontano. Siamo diversi e con diverse opinioni su molte cose: legalità, moralità, libertà e televisione. Eppure forse proprio per questo siamo riusciti a diventare amici e, per un pezzo importante della nostra vita, a combattere fianco a fianco contro la censura. E’ questo l’unico vero miracolo compiuto da Silvio Berlusconi, aver intrecciato vicende professionali distanti come quelle di Biagi e Luttazzi, di Montanelli e di Sabina Guzzanti. La tua e la mia. Vivrei una tua decisione di prendere le distanze da Annozero con grande amarezza ma non per ragioni personali: perché sarebbe, in primo luogo, un torto fatto a un pubblico assai grande e, in secondo luogo, un ulteriore arretramento del confine del proibito che ormai comprende quasi tutti i fatti più scottanti riguardanti i potenti in Italia.

Non sarebbe tuttavia una tragedia o una catastrofe irreparabile. Nel corso della mia lunga esperienza televisiva tanti miei amici e collaboratori hanno scelto o dovuto scegliere di percorrere altre strade. E’ stata sempre per tutti un’occasione di rinnovarsi, una sfida per allargare gli orizzonti di quel laboratorio del quale sentiamo comunque di continuare a far parte.

Già oggi il tuo raggio d’azione è enorme: scrivi quotidianamente per il Fatto (e non solo), hai un blog seguitissimo, hai una parte da protagonista nel blog di Grillo e riempi i teatri col tuo spettacolo su Tangentopoli. Potresti quindi fare tranquillamente a meno di Annozero, senza più esporti alla fatica e allo stress del corpo a corpo televisivo dove si ha sempre la sensazione, sbagliando, di doversi giocare tutto in pochi minuti.

Una volta, quando avevi soltanto i tuoi libri, non facevi nessuna fatica ad affrontare quegli stessi “farabutti” che oggi, invece, ti appaiono interlocutori inaccettabili. Non Annozero, con i suoi milioni di ascoltatori, ma una qualunque televisione di provincia ti sembrava una buona occasione da non sprecare. Allora ero io che ti invitavo ad affaticarti di meno, a rendere più preziosa la comunicazione, a mettere un freno alla tua generosità, mentre lavoravo a migliorare le luci, la tua posizione in scena, i tempi del racconto e a inserirti più efficacemente nel contesto del programma.

Certo senza le tue straordinarie qualità di scrittore e narratore tutto questo non sarebbe servito a niente. Ma è servito. Nonostante Belpietro, Ghedini o Lupi. Loro sono sempre gli stessi. Tu sei cambiato. Non so se ti accorgi che, quando a proposito di Annozero dici che è una questione di format, stai parlando come un membro della Commissione parlamentare di vigilanza.

Non so se condividi i suggerimenti di Paolo Flores d’Arcais che pretende di spiegarmi quando spegnere e accendere i microfoni di un ospite. Un membro perfetto dell’Agcom. Un apologeta del Berlusconi-pensiero sul “pollaio”. Proprio come Furio Colombo e le sue invettive contro i talk-show. D’Arcais e Colombo sono convinti che debba regnare l’ordine del discorso (scritto) che, ovviamente, per loro non è quello del telegiornale di Minzolini ma quello di Report , celebratissimo esempio di una trasmissione basata sul principio di identità e non contraddizione.

Ora, sia ben chiaro, Report piace anche a me, e molto: lo ritengo altrettanto incompatile di Annozero con gli equilibri imposti dal conflitto d’interesse al sistema informativo. Ma non è l’unico modo possibile di fare inchiesta, come non lo era un tempo il documentario in stile Bbc. Noi proviamo a forzare la gabbia delle compatibilità, ad uscire dal seminato; per mettere a nudo le contraddizioni illiberali del palinsesto non ci accontentiamo di scavarci una nicchia alternativa. Siamo brutti, sporchi e cattivi. Raccogliamo meno consensi di Ballarò ma creiamo un maggior numero di situazioni critiche, più adrenalina, più polemiche, più brecce nella gelatina.

Perciò ho voluto e continuo a volere che, almeno per un po’ di minuti, tu occupi il centro della scena. Sei il simbolo di ciò che il recinto della televisione generalista non vuole più contenere, di tutti coloro che sono stati espulsi e non possono più rientrare. La prefigurazione di un cambiamento possibile. D’altra parte chi è espulso riesce anche a sopravvivere benissimo. Fuori dalla tv generalista l’industria culturale rende ancora possibili profitti importanti per chi produce contenuti forti; ma chi resta è meno libero e chi va via non entra più in contatto con una sterminata periferia, una enorme banlieue culturale nella quale resta confinata una buona metà della popolazione italiana. In questa periferia, almeno qualche volta, Annozero è entrato prepotentemente. Anche grazie a te, e ne vado fiero. E anche grazie a Maurizio Belpietro.

Tu, invece, pensi che Maurizio Belpietro – o Porro o Ghedini – siano soltanto un prezzo pagato alla par condicio, una legge di cui si parla senza conoscerla e di cui nessuno si occupa seriamente, quando per me rappresentano quel vuoto necessario di scrittura che rende la trasmissione imprevedibile. Perfino ciò che è successo giovedì scorso dimostra che nel nostro studio nessuno può sapere in anticipo come andranno le cose. Noi per primi.

Report ha l’andamento di un film. Annozero assomiglia ad una partita di calcio, mette in gioco non solo nozioni ma emozioni, convinzioni profonde, passioni anche viscerali. Quando il gioco diventa noioso e scontato il pubblico più infedele cambia canale. Ed è questa la ragione per cui siamo costretti a inseguire lo spettatore meno affezionato ai nostri programmi, qualche volta perfino deludendo i fan. Il contrario esatto di quello che avviene a teatro.

In passato godevo nel vederti demolire le argomentazioni aggressive con l’ironia e con una precisione chirurgica: adesso chiedi tempo. Un tempo che la tv, a tuo parere, non sarebbe in grado di concederti. Quanto tempo per rispondere a contestazioni che si ripetono come una litanìa monotona e scontata? Cinque minuti? Mezz’ora? Una serata intera? Nella tua lettera potevi essere più esplicito nel criticare la mia conduzione. Io credo che tu non l’abbia fatto perché avresti dovuto aggiungere l’elenco dei “bellissimi servizi” da tagliare per fare spazio alle tue necessità.

Invece che di Bertolaso avremmo almeno saputo tutto di Travaglio? E la volta successiva cosa avremmo dovuto fare se si fosse ripetuta la stessa situazione? La risposta sembra interessarti poco: prima viene il tuo onore, la faccia, la verità. Dovremmo ripetere il disco della condanna per diffamazione pronunciata solo in primo grado, rivedere alla moviola il tuo certificato penale, per convincere l’universo mondo (compreso Belpietro) delle tue qualità morali che al nostro pubblico non sembrano per niente in discussione. Inoltre un giornalista condannato, si fa per dire, definitivamente per diffamazione smette di essere un buon giornalista? Penso proprio di no; come Schumacher che, se va una volta fuori pista, non smette per questo di essere un buon pilota.

Hai saputo schivare e anche incassare molti colpi bassi ma questa volta è bastata una banalissima insinuazione di Porro (e non un’aggressione squadristica) per farti perdere il lume della ragione. Hai frequentato un sottufficiale dell’Antimafia prima che venisse condannato per favoreggiamento. Scusa, qual è il problema morale? Quali sconvolgimenti ha creato nella percezione che i nostri ascoltatori hanno di te questo genere di insinuazioni? Nessuno.

Le critiche, anche le più assurde, fanno parte del nostro lavoro, così come rispettare chi non la pensa come noi, non insultarlo, non delegittimarlo come interlocutore. E se sono gli altri ad aggredirci, dobbiamo rispondere come tu sai fare meglio di me, rapidamente e con le armi dell’ironia. Quando io non l’ho fatto ho sbagliato.

Siamo diversi ma apparteniamo entrambi al pubblico. Solo dal pubblico deriva la nostra credibilità. Perciò hai il diritto di proporti al pubblico come meglio credi, nella forma teatrale dei tuoi spettacoli (senza disturbatori) o, come mi auguro, nel percorso a ostacoli di Annozero. Sai che mi sono battuto con tutte le mie forze per includerti con un regolare contratto e non come un ospite occasionale nella nostra trasmissione. Sono fiero di poter dire che tu sei parte della Rai e del servizio pubblico. Come dovrebbero esserlo Sabina Guzzanti, Daniele Luttazzi e tanti altri. All’inizio di Annozero ero convinto che col nostro ritorno avremmo portato a casa una vittoria importante contro la censura e che presto il mondo sarebbe cambiato. Non è successo, anche se nel frattempo siamo diventati il primo programma di informazione.

Se la televisione è perfino peggiorata non è solo colpa di Berlusconi e dei suoi “trombettieri” ma di chi avrebbe dovuto contrastarlo e non lo ha contrastato e anche di quelli che scelgono di battersi pensando di essere gli unici a farlo con coerenza. Cavalieri senza macchia e senza paura che vogliono segnare a tutti i costi una differenza dal resto del mondo, che mettono la loro purezza e il senso dell’onore prima della libertà: la legge e le regole prima della libertà, la verità prima della libertà. Mentre leggi e sentenze sono solo lo strumento essenziale per l’ordinato funzionamento della società.

Mi chiedi di mettere riparo agli abusi. Con l’esperienza che ho cercherò di inventare qualcosa per evitare l’uso di argomenti provocatori, le interruzioni ad arte, le offese personali. Quello che non posso prometterti è la verità.

La verità profonda di una persona, che si chiami Travaglio, Berlusconi o Santoro non la stabilisce un programma televisivo, non si raggiunge stilando con attenzione la lista dei buoni e dei cattivi. A quelli che sui vostri blog chiedono di definire una volta per tutte ciò che è vero abbiamo il dovere di rispondere che la verità è sfuggente, contraddittoria. La verità è una conquista faticosa e difficile. Per quanto mi riguarda spesso è un faccia a faccia. Tra me e me.

Caro Michele,

ti ringrazio per la tua risposta franca e affettuosa, ma temo di non essere riuscito a spiegare bene ciò che intendevo dire. Io non ho nulla da ridire sulla tua conduzione (in televisione il genio sei tu e io sono un principiante) o sul format della trasmissione. Ti ho semplicemente posto un problema, e l’ho fatto in forma pubblica perché molti mi dicono che, quando si attacca a litigare su cose che esulano dal tema del programma, cambiano canale: proprio perché l’imprevedibilità di Annozero si muta in prevedibilità quando alcuni guastatori sconvolgono l’assetto del programma seguendo un copione sempre uguale a se stesso.

E ciò deriva dal fatto che, secondo me, gli interlocutori che a te paiono “sempre uguali” sono cambiati: Porro e Belpietro erano sempre venuti a confrontarsi sui temi del programma e non si erano mai abbassati alla calunnia personale. L’altra sera la militarizzazione del fronte berlusconiano ha segnato un altro scatto in avanti e io, forse stanco e nervoso per conto mio, ho reagito in quel modo. E’ stato proprio l’avvilimento per quella mia reazione, che ha guastato il programma, a indurmi a scriverti in forma pubblica.

Non certo una richiesta di cambiare format (anche a me piace molto l’inchiesta giornalistica seguita dal tentativo di inchiodare i politici alle loro responsabilità). Né tanto meno una richiesta di censura o di epurazione per questo o quell’interlocutore, che non mi compete, ma soprattutto è lontana mille miglia dal mio pensiero. Io non ritengo “inaccettabile” nessuno, adoro essere contraddetto nel merito, anzi spero sempre che qualcuno mi dica che cosa c’è di sbagliato o di non vero in quel che dico: purtroppo prima i politici e ora anche i giornalisti preferiscono parlare di me e delle mie ferie, anziché di quel che dico.

Se facessi come loro, potrei ogni volta ricordare quanti soldi pubblici ci costa Libero di Belpietro o quante bufale (l’ultima, sul caso Boffo) pubblica il Giornale. Ma non lo faccio perché preferisco attenermi al tema della puntata.

Su un punto, com’è naturale, siamo profondamente diversi: sul modo di difendere la nostra onorabilità. Tu preferisci farlo in separata sede legale, liquidando pubblicamente con una battuta ironica le calunnie che ti vengono rovesciate addosso. Io invece mi prendo tutte le critiche di questo mondo, ma le falsità, le diffamazioni, le calunnie quelle no, non riesco proprio a farmele scivolare addosso: non nutro la tua stessa fiducia nel “pubblico” che saprebbe tutto e riuscirebbe da solo a distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. Quando milioni di persone sentono dire che frequento mafiosi, penso che una parte di esse si aspetti una reazione proporzionata alla gravità dell’accusa, e se la reazione non arriva si fanno l’idea che qualcosa di vero ci sia.

Purtroppo non tutti hanno Internet e non conoscono il blog voglioscendere.it dove ho già documentato per tabulas la falsità di quelle accuse. Per questo ho detto che occorrerebbe del tempo per rispondere. Ma quel tempo non te lo posso chiedere perché, nella partita di Annozero, sarei costretto a giocarne un’altra, privata. Di qui il mio disagio, che ho messo nero su bianco l’altro giorno."

martedì 23 febbraio 2010

Il fondamentalismo liberista, l’ultima delle ideologie


Stiamo vivendo una situazione economica drammatica, le persone perdono il lavoro, gli Stati per salvare le loro economie si sono indebitati fino al collo (e noi cittadini con essi). Eppure viene spontaneo chiedersi se stiamo vivendo solo un brutto sogno, la situazione appare infatti surreale. Solo vent’anni fa, nel 1989, cadeva il muro di Berlino, il modello liberal-democratico dei Paesi Occidentali coglieva una storica vittoria sugli Stati comunisti economicamente collassati. Invece, oggi le economie di quegli stessi Paesi occidentali sono boccheggianti, il loro debito pubblico e le loro imprese sono in gran parte nelle mani dei fondi sovrani di Stati certamente non liberali: i Paesi arabi del golfo, la Russia di Putin e la Cina comunista (quest’ultima ospita anche una parte notevole del sistema produttivo un tempo dislocato a casa nostra).Buon Dio, ma non avevamo vinto? Perché in appena vent’anni (1989-2009) siamo passati velocemente da uno storico trionfo all’ennesima colossale crisi finanziaria e del nostro sistema sociale? Cosa è successo nel frattempo? Porsi queste semplici domande è doveroso, qui cercheremo di dare anche qualche risposta partendo dalla malapianta del dogmatismo ideologico. Serissimi studi ci hanno illustrato le conseguenze nefaste di un approccio ideologico alla realtà (nazismo e comunismo). Ci hanno giustamente spiegato che gli Stati comunisti sono collassati perchè la gabbia ideologica marxista aveva reso schiavi i loro cittadini e soffocato le loro economie. Abbiamo pensato di andare finalmente verso un mondo libero dalle ideologie dove, come insegnava Isaiah Berlin, non esistessero valori ultimi assoluti (libertà, uguaglianza, giustizia, religione ecc…) a cui immolare vite e sacrificare esistenze. Una società liberale il cui obiettivo (sempre citando Berlin) è quello di realizzare non una società perfetta, ma una “società decente”, improntata alla responsabilità individuale, una società che non nasconda i conflitti ma li attenui. Riconoscendo che in una società autenticamente liberale anche l’antagonismo e le differenze sono una ricchezza ma che, poiché nessuno dei valori è assoluto nessuno può essere pienamente soddisfatto, devono esistere concessioni reciproche che li compongono. Per dirla con le parole di un altro grande liberale (Darhendorf) l’obiettivo di una società deve essere quello di far quadrare il cerchio della creazione di ricchezza, della coesione sociale e della libertà politica. In questo disegno liberale, improntato all’empiria del vivere sociale, è essenziale il ruolo della politica che queste equilibri deve cercare, interpretare ed applicare. Il pensiero liberale sa che la storia ha sempre un suo lato oscuro, che gli esseri umani hanno un lato violento legittimato dalla cultura dominante di turno e questa consapevolezza è una pratica di vita prima che di pensiero. Le libertà che abbiamo oggi ci possono essere tolte domani poiché l’ideologia è un mostro sempre in agguato. Purtroppo il mostro che l’avrebbe fagocitato il liberalesimo politico l’aveva proprio in casa, il dogmatismo liberista ha rapidamente soppiantato il dogmatismo marxista sostituendolo come pensiero unico dominante. Il liberismo ne ripercorre anche il metodo di divulgazione e il tono da crociata: operare una brutale semplificazione della complessità storica individuando un unico colpevole di tutti i guai dell’uomo, proporre l’eliminazione di quella causa come miracolosa soluzione verso la società perfetta. Così il marxismo additava la proprietà privata come causa di tutti i mali del mondo, e indicava la lotta di classe e l’abolizione dello Stato borghese (che la proteggeva) come naturale soluzione. Parimenti, l’ideologia liberista individua nello Stato la causa di tutti i mali, al suo interventismo nella società imputa la lesione della libertà degli individui, alla sua eccessiva produzione di moneta l’inflazione e la povertà: imporre una drastica privatizzazione, ridurre all’osso le regole, applicare una rigida politica monetarista sono l’ovvia panacea per la società perfetta!I liberisti, fautori di questo progetto ideologico, hanno il loro profeta in un grande pensatore, Friedrich von Hayek, che, nonostante la seconda guerra mondiale allora in corso, aveva come suo principale incubo non Adolf Hitler ma l’interventismo dello Stato nella società e nell’economia. Proprio nel 1943, nel pieno del secondo conflitto mondiale, scriveva un duro pamphlet contro il governo di coalizione di Churchill, “La via della servitù” (The road to Serfdom)” denunciando l’economia di guerra come il tentativo di statalizzare la società, dedicandolo ironicamente “… Ai socialisti di ogni partito”. Successivamente il premio Nobel Milton Friedman completerà l’operazione ideologica, rilanciando il monetarismo e delegittimando quel keynesismo (lo strumento economico dell’interventismo statale) che aveva permesso di uscire da una crisi del capitalismo più grave di quella odierna. Un ultimo punto di contatto accomuna gli ideologi liberisti a quelli marxisti: l’obiettivo di liberarsi della concorrenza in casa. Il marxismo per decenni ha cercato di sbarazzarsi (senza successo) dei cugini socialisti, i crociati del liberismo economico hanno fatto lo stesso (con successo) del pensiero politico liberale che verrà liquidato come anticaglia storica. A partire dal comune anticomunismo, la carta vincente dell’ideologia liberista sarà la sua alleanza con il pensiero conservatore e la destra religiosa (cattolica e protestante), trovando in essi il suo completamento ideologico nei confronti delle masse. Così nasce la rivoluzione conservatrice (o liberismo conservatore) incarnata politicamente da Reagan e dalla Thatcher e poi, sotto varie forme, diffusasi in tutto l’Occidente. L’assalto alla sua neutralità è il prezzo che lo Stato laico pagherà a questa “santa alleanza”, che vede la destra religiosa cercare di radicarsi o farsi Stato (parallelamente al ridursi dell’interventismo statale si incentiva quello religioso come suo naturale succedaneo). Il fatto di imporsi come cultura dominante negli USA e in Gran Bretagna, ha reso più semplice agli ideologi liberisti appropriarsi moralmente del merito della caduta del muro di Berlino, proponendosi come una evidenza storica invece che come semplice progetto ideologico. Anche qui (con altri attori) si ripropone un copione già visto. Se il marxismo si era sfacciatamente proposto come “scientifica” soluzione della crisi del sistema capitalistico, il liberismo conservatore si è propagandato tout-court come il fattore storico del successo dei Pesi aderenti alla NATO su quelli del “Patto di Varsavia”. L’esito di questo lungo conflitto è stato estrapolato dal suo naturale contesto storico (epilogo di un complesso scontro tra Stati ed alleanze) per trapiantarlo di sana pianta su piano interamente ideologico: Dio e il mercato hanno trionfato sul sistema comunista. Da quel momento tutto quello che non era ideologicamente liberista è stato bollato come storicamente obsoleto, da abbattere, anche all’interno degli stessi Stati occidentali (primo fra tutti il Welfare State). Invece, ai Paesi del terzo mondo ed ex comunisti sono stati imposte cure da cavallo di politica liberista e di monetarismo che hanno lacerato del tutto il loro fragile tessuto sociale. La creazione forzosa di manodopera a basso costo è stata pagata da colossali flussi migratori che si sono riversati verso i paesi (ricchi?) dell’Occidente. La violazione dei più elementari diritti di libertà (vedi la strage di Tien an Men e la guerra nell’ex Yugoslavia) ha prodotto solo reazioni di facciata ed un tardivo intervento militare limitato alla sola Serbia. Localismi e Nazionalismi si sono diffusi a macchia d’olio: il liberalesimo politico era già sepolto.Il liberismo economico oltre a divinizzare il mercato come valore assoluto ha propagandato l’idea tout-court dell’inutilità della politica e degli stessi Stati (relegati a gendarmi del capitalismo della manodopera a basso costo), impedendo di vedere le evidenti storture che esso stesso aveva scatenato. L’odio nei confronti delle leggi (che dallo Stato promanano) si è tradotto in una generale avversione nei confronti delle regole, cosa che ha favorito sistematiche speculazioni e truffe finanziarie su scala planetaria. La nascita dell’antipolitica ne è una ulteriore naturale conseguenza, con il proporsi di figure che fanno delle loro ricchezze e dello smantellamento dello Stato il loro principale merito politico. Invece di esportare un modello di liberal democrazia, di “società decente”, questi fanatici ideologi, che da anni monopolizzano i mass media, hanno imposto una magica visione del mercato che attraverso una taumaturgica “mano invisibile” risolve tutti i mali del mondo (globalismo economico). Agli Stati sorti dalle macerie del comunismo è stato assegnato l’unico ruolo di assecondare il mercato; raccomandando loro di considerare i sindacati, il diritto di sciopero e la sicurezza sui luoghi di lavoro eresie da tenere lontane! Questo estremismo ideologico, ha semplicemente fatto il buon gioco del capitalismo concreto, quello degli speculatori senza scrupoli che hanno potuto esercitare concorrenza sleale delocalizzando le loro produzioni in Paesi dove i costi del lavoro erano tenuti artificialmente bassi da politiche illiberali e oppressive. Nel più assoluto silenzio si sono legittimate colossali operazione di dumping economico, mettendo fuori mercato gli stabilimenti industriali allocati nelle Democrazie occidentali. Invece di denunciare questo colossale imbroglio, si sono via via colpevolizzati i lavoratori occidentali, convincendoli che la causa della crisi stesse nei loro alti salari, nelle loro troppo tutele ed in un Welfare State troppo oneroso. A nessuno (neanche a sinistra) è venuto in mente che esportare (oltre che liberismo) anche un po’ di sano sindacalismo avrebbe garantito sia migliori condizioni di vita ai lavoratori dei Paesi del terzo mondo ed ex comunisti, e sia una reale credibilità allo stesso principio della libera concorrenza del mercato. Ma è anche vero che mentre le imprese multinazionali si sono mosse istantaneamente alla conquista dei nuovi Paesi ex comunisti, i sindacati occidentali sono rimasti arroccati nella difesa delle loro comode poltrone. Gli effetti di due decenni di questa ortodossia liberista sono stati palesi. Gli Stati occidentali, svuotati di gran parte del loro apparato produttivo, hanno perso molto del loro potenziale economico e di conseguenza del loro peso geo-politico. La loro coesione sociale è stata gravemente minata dal venir meno delle garanzie sociali, dovendo contemporaneamente ospitare anche crescenti flussi migratori. Si ricorderà come negli anni ’70, nel pieno della crisi degli euromissili, da destra si bollarono i pacifisti che sfilavano in massa con l’epiteto di “utili idioti”, accusandoli di indebolire i Paesi NATO al loro interno. In realtà essi non fecero alcun danno perché gli “euromissili” rimasero al loro posto fino al ritiro degli SS20 sovietici. Lo stesso non può dirsi del pensiero unico liberista che ha prodotto in due soli decenni un ribaltamento delle posizioni storiche. Paesi usciti vincenti dalla Guerra Fredda oggi sono in evidente declino, viceversa Paesi che la Storia aveva messo fuori corso oggi sono nuovamente protagonisti (la Cina è solo il caso più eclatante). Proprio i leader del partito comunista cinese, con realismo politico e cinismo storico, hanno pazientemente aspettato che la fame di guadagno dei capitalisti veri ed il fanatismo dei loro ideologi portasse le imprese ed il potere economico direttamente a casa loro; gli è bastato giusto cannoneggiare Piazza Tien an Men per convincerli che nessuna cultura liberale o tutela sindacale avrebbe ostacolato i loro affari e profitti. Almeno per riconoscenza sarebbe doveroso che le elitès politiche cinesi (e non solo) istituissero una giornata nazionale del ringraziamento, ai veri utili idioti che hanno riconsegnato loro le chiavi della leadership della storia odierna. Dalle nostre parti invece sarebbe importante riconoscerli e metterli culturalmente in quarantena come portatori dell’ennesimo, letale, virus ideologico che ha intossicato le nostre società. Sarebbe un primo passo per impostare un percorso di uscita dalla spirale di declino geo-politico, povertà economica ed insicurezza sociale in cui questo liberismo conservatore ha precipitato le nostre Democrazie.

Giuseppe Dalmazio

domenica 21 febbraio 2010

20 anni fa moriva Sandro Pertini, il presidente più amato dagli italiani, moriva un grande socialista.


Non è necessario essere socialisti per amare Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità. (Indro Montanelli)


Giornalista, combattente della Grande Guerra, medaglia d'argento al valor militare, partigiano, parlamentare membro della Costituente, presidente della Camera ma sopratutto uomo politico capace di innovare la figura e di reinterpretare il ruolo del capo dello Stato, tanto da guadagnarsi l'appellativo di "presidente più amato dagli italiani". Sandro Pertini, di cui il prossimo 24 febbraio ricorre il ventesimo anniversario della morte, è stato tutto questo ma, soprattutto, proprio dal Quirinale è stato un interprete dei sentimenti, dei timori, dei bisogni, delle aspirazioni dell'Italia di allora. Pertini rimane un personaggio più che una personalità, una figura familiare ancora scolpita nella memoria collettiva del Paese, che lo amò per la sua semplicità e per quel suo saper dire, dall'alto del suo scranno presidenziale, le cose che tanti italiani pensavano.

Nato a Stella San Giovanni in provincia di Savona il 25 settembre del 1986, a ventuno anni si guadagnò la medaglia d'argento al valor militare per aver combattuto sull'Isonzo nella guerra del 15-18. Nel primo dopoguerra aderì al Partito socialista e si contraddistinse per la sua opposizione al fascismo, tanto da essere costretto, a causa della sua militanza politica, a lasciare l'Italia dopo essere stato condannato a otto mesi di carcere. Cominciò da lì il suo esilio in Francia, dove proseguì l'impegno antifascista che nel 1929 lo riportò in Italia sotto falso nome. Venne catturato, arrestato e condannato prima alla reclusione e in seguito confinato nell'isola di Ventotene.

Con lo stesso impeto, Pertini si impegnò nella lotta partigiana che continuò dopo la caduta del regime fascista nel 1943 nella battaglia di Porta San Paolo a Roma, mentre parallelamente cominciava insieme a Pietro Nenni la rifondazione del Partito socialista. Catturato dalle Ss e condannato alla pena capitale, riuscì a sfuggire alla morte per l'intervento dei partigiani del Gap che lo liberarono. Nell'Italia repubblicana venne eletto deputato all'Assemblea Costituente e poi senatore nella prima legislatura per tornare nuovamente alla Camera, sempre rieletto dal 1953 al 1976. Dal 1968 al 1976 fu chiamato alla guida della Camera che lo lanciò verso il Quirinale l'8 luglio 1978, eletto come settimo presidente della Repubblica con una maggioranza record di 832 voti su 995.

Il suo settennato si pose forse nel periodo storico più difficile dell'Italia post bellica: il Paese ancora scosso dal sequestro e dall'omicidio di Aldo Moro, era attraversato dalle lotte operaie e studentesche e destabilizzato dalla minaccia del terrorismo e dalle bombe. La figura di Pertini, la sua fermezza, il rigore morale, contribuirono a tenere unito il Paese di fronte alle incursioni delle Br o agli spaventosi attentati come la strage di Bologna nel 1980. Nello stesso anno riecheggia l'appello "Fate presto" che Pertini pronuncia dopo aver visitato le zone del rovinoso terremoto in Irpinia, che prelude alla denuncia televisiva a reti unificate sulla lentezza delle operazioni di soccorso, sull'inefficienza e l'inadeguatezza del sistema di aiuti che tra mille ostacoli, anche di natura organizzativa e logistica, faticò moltissimo a mettersi in moto.

Spontaneo e per questo apprezzato dai suoi concittadini, Pertini non si lasciava ingabbiare dal protocollo e non perdeva occasione per sfuggire al ferreo cerimoniale imposto al capo dello Stato. Scelse di non alloggiare al Quirinale e mantenne la residenza nel suo appartamento a Fontana di Trevi, dove continuò a vivere con la moglia Carla Voltolina, tra l'affetto degli abitanti e i commercianti del quartiere con i quali, non di rado, si fermava a chiacchierare.

Pronto al saluto, alla battuta, Pertini fu anche il presidente del Mondiali di calcio nel 1982, quando l'Italia guidata da Enzo Bearzot tornò dalla Spagna con il titolo. Sull'aereo presidenziale, Pertini 'costrinse' un taciturno e intoverso friuliano come Dino Zoff a giocare in coppia con lui a scopone scientifico, contro il 'barone' Franco Causio e il ct della nazionale.

"Grazie allo slancio ideale, alla esemplare rettitudine, all'inconfondibile tratto di umana schiettezza e alla straordinaria capacità di comunicare, che lo caratterizzarono, Pertini è riuscito ad avvicinare i cittadini alle istituzioni, diventando un modello di impegno civile e morale per tutti gli italiani". E' quanto afferma il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel messaggio inviato in occasione dellamanifestazione promossa oggi a Stella, nel ventennale della scomparsa di Sandro Pertini. Un messaggio, scrive il capo dello Stato, di "sincera partecipazione e vivo apprezzamento per l'iniziativa in ricordo di uno dei padri fondatori dell'Italia democratica e repubblicana, custode dei suoi principi e ideali piu' alti". Per Napolitano, "rileggere la vicenda umana, politica e istituzionale del presidente Pertini significa ripercorrere un lungo tratto della storia dell'Italia contemporanea di cui egli fu appassionato protagonista: dalla Grande Guerra alla crisi dello Stato liberale, dall'avvento del fascismo alla Resistenza e alla nascita della repubblica".

(Adnkronos)


Citazioni di Pertini:

"Per me libertà e giustizia sociale, che poi sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza la giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà. Ecco, se a me socialista offrissero la realizzazione della riforma più radicale di carattere sociale, ma privandomi della libertà, io la rifiuterei, non la potrei accettare. [...] Ma la libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero. [...]"



"Oggi la nuova resistenza in che cosa consiste. Ecco l'appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato; di difendere la Repubblica e la democrazia. E cioè, oggi ci vuole due qualità a mio avviso cari amici: l'onestà e il coraggio. L'onestà... l'onestà... l'onestà. [...] E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto: la politica deve essere fatta con le mani pulite. Se c'è qualche scandalo. Se c'è qualcuno che da' scandalo; se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!"



FOTOSTORIA DI SANDRO PERTINI:

Sandro Pertini come ufficiale nella Prima Guerra Mondiale (1915-1918)

Lettera di Sandro Pertini al Presidente del Tribunale Speciale (organo presenziato dai fascisti) durante il suo periodo di carcerazione sull'isola di Pianosa

Sandro Pertini in un comizio a Milano nel 1945

Sandro Pertini (a destra) con Pietro Nenni nel dopoguerra italiano ed
insieme per la ricostruzione del Partito Socialista Italiano (PSI)

Sandro Pertini eletto Presidente della Repubblica italiana nel 1978
(fino al 1985) come scritto dalla colonne dell'AVANTI

Sandro Pertini e Enzo Bearzot (ct della nazionale di calcio campione del mondo Spagna'82)
in aereo che giocano a briscola

Sandro Pertini ai funerali di Enrico Berlinguer (segretario del PCI) nel 1984

Prima pagina dell' AVANTI giornale socialista dopo che morì il 24 Febbraio del 1990





domenica 7 febbraio 2010

DI PIETRO E LA CIA

Antonio Di Pietro (terzo da sinistra) a cena con il funzionario del Sisde Bruno Contrada (secondo da sinistra), in una delle foto scattate il 15 dicembre del 1992, nove giorni prima dell’arresto dello stesso (fonte Corriere.it)


Antonio Di Pietro agente della Cia e amico di Bruno Contrada, il poliziotto poi accusato d’essere mafioso? Oh, ma siamo matti, avete deciso di rendermelo simpatico? Su quegli anni sono state raccontate tante di quelle fesserie, si sono pubblicate tante di quelle ricostruzioni mendaci, o direttamente deficienti, si sono accumulati talmente tanti detriti, che il passato non digeribile tornerà sempre a gola. L’abitudine italiana di mentire sulla propria storia, la speranza vile di superare il passato senza averlo chiarito, sono veleni a lenta cessione, che ammazzano a scoppio ritardato. Di Pietro è Di Pietro, basta e avanza.
Ora ha anche i nervi a fior di pelle, qualcosa lo disturba e lo rende inquieto. A una giornalista del TG1, che gli rivolgeva delle domande, s’è rivolto in modo ruspante: “fa domande del c… Non ce l’ho con lei ma con il suo amico Minzolini. Fuori ci sono i lavoratori dell’Alcoa che rischiano di perdere il posto e mi fate queste domande?”. Più tardi si è scusato, più che altro per il fraseggio non proprio accademico. Ma lo scatto aveva messo a nudo una certa idea della libertà di stampa, sulla quale potranno utilmente riflettere i suoi compagni di schieramento. Fuori, del resto, c’è tanta gente, e i giornalisti fanno le domande che vogliono. Si può sempre dire: non intendo rispondere. Ma Di Pietro non ci riesce, una volta, in tribunale, da imputato, pretendeva di parlare senza rispondere. Il presidente gli tolse la parola.
E’ nervoso, e forse ne ha motivo. Lo aspetta il congresso dell’Italia dei Valori, partito da lui fondato e posseduto, dove, però, è entrato anche chi pensa di poterlo sovrastare. Capita sempre così, c’è sempre qualcuno più estremista di te. I sondaggi, poi, un tempo erano oracoli solo per il fondatore di un altro partito, che per questo era considerato “di plastica”. Ora sono pane quotidiano per molti, e quello di Di Pietro risulta piuttosto duro: alle europee, nel 2009, aveva portato a casa l’8 per cento dei voti, ora Sky lo posiziona al 6.7, Ipsos al 6.6 e il Clandestino a 6. Anche a far la media, le cose non vanno bene.
Anche fra i lavoratori dell’Alcoa, oltre tutto, ci potranno pur essere cittadini interessati a sapere se effettivamente lavorava per la Cia, se s’attovagliava con agenti dei servizi. C’è tanta brava gente che si domanda se la storia cui ha assistito non è per caso diversa da come se l’è, fin qui, sentita raccontare.
L’operazione Mani Pulite fu complessa e niente affatto innocente. In nome della giustizia fu violentato il diritto. In nome dello Stato fu distrutta la politica. Ma chi cerca la “mente”, chi vuole individuare il “mandante”, non ha capito niente. Non voglio sintetizzare troppo, perché è questione maledettamente seria, ne ho scritto in libri e ad uno sto lavorando, qui, per continuare a parlare di Di Pietro e degli ultimi clamori, basterà inquadrare le linee generali: gli anni novanta iniziano con la guerra fredda alle spalle, il mondo che si apre; il capitalismo italiano è asfittico e statalizzato, ma pensa di potersi liberare dei costi della politica; il mercato italiano, però, è ricco, con alcuni preziosi gioielli, che possono essere portati via a poco; la classe politica non è all’altezza della situazione, non capisce e affonda. Mani Pulite fu lo strumento sporco. Di Pietro il suo rozzo, ma furbo, interprete.
Ebbero un ruolo, gli americani? E chi cavolo sono, gli “americani”? Anche negli Usa finiva un’epoca, con Gorge Bush, ex direttore della Cia, che perde le elezioni, lasciando il posto ad un giovane, senza grande esperienza. Quando si schierarono gli euromissili fu il governo statunitense a volerli, giustamente, e altrettanto giustamente noi piazzammo. Quando si usarono le informazioni riservate per colpire i governi italiano, francese, tedesco, furono soggetti non governativi ad approfittarne. Nel primo caso si difendeva l’occidente dall’impero sovietico, nel secondo si puntava alla ricchezza dei bersagli. Roba diversa, e mica poco.
Leggo che Di Pietro avrebbe preso una targa della Kroll, agenzia investigativa al servizio degli affari, consegnatagli da un agente italiano che lavora per gli statunitensi. Non sono sicuro che abbia capito, ma se l’è meritata. Grazie a Mani Pulite la Kroll poteva fare affari d’oro, visto che bastava costruire dossier sulla contabilità nascosta (che avevano tutte le aziende, per finanziare tutti i partiti), venderli agli interessati e recapitarli ad una procura affamata di manette. Avete presente i colonialisti che regalavano perline agli indiani, in cambio d’oro? Gli hanno dato un fermacarte. Magari lo hanno anche ossequiato: vai avanti, buana.
In quello stesso periodo si preparava, a cura dei nostri carabinieri, un rapporto sulla commistione fra politica, affari e criminalità organizzata. Si chiamava “mafia appalti”. Costò la vita a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La mafia si protesse, dimostrando la sua forza non solo con gli esplosivi, ma anche agevolandosi di una procura che fece a pezzi quel rapporto e, in nome della legittimità, lo depotenziò e affogò. Lo Stato non ebbe analoga forza, e si consegnò a magistrati che, in nome della presunta legalità misero sotto ai piedi la legittimità.
Di Pietro era il volto agreste e pastorale, lo sgrammaticato interprete dello squadrismo giustizialista. Il suo non è un profilo ambiguo, ma da arcitaliano che testimonia le tare genetiche della nostra storia: si laurea in legge senza conoscere l’italiano, entra in magistratura con le raccomandazioni, fa bisbocce con i potenti cittadini, prende soldi e li restituisce in contanti, accetta doni e favori, si adopera per sistemare il figlio e far lavorare la moglie (che è la seconda, come si conviene ad ogni buon raccomandato dai preti). S’è fatto da sé, e si vede. Si sente, pure. E’ l’intramontabile macchietta dello struscio con i potenti, del prendere quel che si può, dell’inciuciarsi perché non si sa mai. Quando le inchieste si mossero fu mandato in prima linea, come carne da cannone. Invece i giornali e le televisioni lo osannarono. Era il segnale, si poteva procedere. Divenne famoso.
Quel che si sa oggi lo si sapeva anche allora. Un tempo non riuscivi a dirlo, oggi è inutile. Vedo che taluni si lasciano tentare: non poteva non sapere. Fermatevi: usare il dipietrismo contro Di Pietro è come trasformarlo in un paradigma culturale. Anche alla turpitudine c’è un limite. L’allora pubblico ministero capì al volo. Le regole della comunicazione le aveva nel sangue, e quelli che lo circondavano (dal calcolatore e quirinalizio Borrelli al sinistro Colombo) erano troppo colti e pensosi per potere nutrirsi d’una piazza tanto bassa. La folla, aizzata da fascisti (tali erano) e leghisti, accarezzata da comunisti in cerca di complicità, cercava un proprio simile. Lo trovarono.
Si fece corteggiare da Berlusconi come da Prodi. L’Italia di Guicciardini vinse ancora su quella di Machiavelli (così, se Di Pietro mi ha letto fin qui, gli confondo le idee). Franza o Spagna. Ed è ancora lì, perché il passato non passa. Perché ha coagulato antistatalismo e voglia di approfittare. Perché c’è ancora chi lo imita, e magari pensa di fregarlo entrando nel suo partito. Perché c’è chi lo ingigantisce: il moralizzatore (ma va là), l’agente della Cia (ma mi faccia il piacere). Ricordate: lui è solo un sintomo.

Davide Giacalone

giovedì 4 febbraio 2010

L’oro di Mosca. 50 milioni di dollari spediti dall’Urss e "nascosti" dal Pci.



Per concludere gli appunti sui finanziamenti al Partito Comunista, è necessario richiamare i denari sovietici che hanno sostenuto il partito italiano per oltre un terzo di secolo, cioè per l’intero periodo post-fascista della rinascita e dello sviluppo della democrazia italiana.


Una tranquilla riflessione su quella vicenda aiuta a comprendere meglio la storia politica del nostro paese.

Infatti c’è qualcosa di singolare nel fatto che tutti i partiti non comunisti siano crollati negli anni Novanta per criminalità finanziaria, mentre il Partito comunista,che più aveva praticato un’altra parallela criminalità finanziaria( ricevendo denari dallo Stato sovietico, nemico ufficiale dello schieramento internazionale a cui l’Italia apparteneva), è passato indenne attraverso la bufera di tangentopoli. I dirigenti comunisti non hanno mai permesso di fare chiarezza sui finanziamenti esteri. E la magistratura ha archiviato le inchieste con motivazioni singolari.

Si obietterà che il diverso trattamento delle parallele criminalità finanziarie dei partiti non è stato altro che il risultato dell’applicazione delle leggi (e delle amnistie) vigenti all’epoca.


Tutto ciò è vero,ma occorre allora interrogarsi sulle ragioni della gravissima dissimmetria legislativa che ha prodotto trattamenti fortemente sbilanciati a favore del Pci.


Gli aiuti da Stalin


Spesso,nel dibattito pubblico degli ultimi vent’anni, i giustificazionisti postcomunisti hanno sostenuto che i finanziamenti sovietici erano in qualche maniera giustificati perché al tempo c’era la Guerra fredda con un mondo diviso in due parti.


L’osservazione tralascia un piccolo ma decisivo particolare.

Il fatto che nel mondo bipolare l’Italia da una parte si incontrava con gli alleati e gli amici mentre, dall’altra, si scontrava con i nemici; e che schierarsicon i sovietici significava per gli italiani niente altro che intelligenza con il nemico e tradimento delle libere scelte effettuate dalle istituzioni rappresentative.

Adesso, per quanto riguarda l’aiuto finanziario, i compagni italiani chiedono 600.000 dollari. Il compagno Stalin dice che si possono dare anche subito e che il compagno Secchia li può portare lui stesso...

Il compagno Secchia ringrazia, ma dice che bisogna discutere il metodo del trasporto...

Il compagno Stalin osserva che si tratta di due sacchi del peso di 40-50 chili....

Questo storico colloquio del dicembre 1947 tra il dittatore sovieticoel’uomo forte del Pci Pietro Secchia ebbe come tema principale il finanziamento del partito italiano.

Le bandiere del partito nuovo e dellavia italiana al socialismo sventolate da Palmiro Togliatti non avrebbero però inciso sulle finanze del Pci dipendente, e non poco, dalla casa madre sovietica.

L’oro di Mosca, secondo la definizione di Gianni Cervetti, non è mai venuto a mancare a Botteghe Oscure durante trentacinque anni dalla fine della guerra al 1980.
Il legame finanziario, al tempo stesso segno ed effetto del profondo collegamento politico, ha sempre accomunatoil Pci,grande partito nazionale, e l’Urss, potentissima centrale internazionale.

E i dollari per la Dc

A distanza di pochi mesi da quandoStalin discuteva del trasporto dei sacchi di dollari rossi da Mosca a Roma, gli altri dollari, quelli a stelle e strisce di Washington per la Democrazia Cristiana, viaggiavano lungo i più agevoli canali bancari...

I due maggiori partiti italiani, dunque, sono stati sostenuti a lungo, e senza risparmi, da fonti finanziarie straniere provenienti non già da organizzazioni private o politiche bensì direttamente da Stati che operavano attraverso i servizi segreti.

È nel periodo di maggiore dipendenza finanziaria dall’estero, negli anni Quaranta e Cinquanta,quando erano in allestimento le costose macchine di partito, che la Dc e il Pci non vollero fare alcun passo per regolamentare il finanziamento ai partiti, preferendo contare sulle fonti estere illegali a cui si sarebbero ben presto aggiunte quelle italiane altrettanto illegali.

Oggi si conosce abbastanza per ricostruire la storia della dipendenza dal denaro straniero che si intreccia con quello illecito domestico.

Ma l’informazione di cui si dispone sui flussi esteri pubblici e privati coni relativi tempi,modi,dati e protagonisti è, per così dire, asimmetrica tra Washington e Mosca.


Se infatti si è andati molto avanti sul lato americano grazie anche al lavoro di ricercatori e giornalisti indipendenti, non altrettanto è accaduto sul lato postcomunista ed exsovietico per mancanza di disponibilità delle fonti.

I silenzi del Pci


Gli archivi Usa hanno reso accessibili, grazie al Free of Information Act, molti documenti della storia postbellica, e diversi protagonisti della Cia come Victor Marchetti e William Colby hanno parlato.

E, ancora più, ci si è potuto giovare del contributo decisivo del Congresso di Washington che ha svolto puntuali investigazioni sull’attività all’estero dei servizi segreti con la Commissione Church in Senato (1975) e il Rapporto Pike alla Camera dei Rappresentanti (1976).

Sul versante postcomunista, invece, tutto è stato più difficile.


Non si può districare una matassa storicamente così intricata ha sostenuto Gianni Corbi dalle colonne amichedella Repubblica,senza la piena, fattiva e leale collaborazione dei vecchi e nuovi dirigenti del Pci e del Pds.

Non ci si può avvicinare alla verità senza che tutti i materiali relativi ai finanziamenti affluiti al partito siano riesumati dagli archivi di Roma e di Mosca e che si faccia luce sulla costellazione di società più o meno direttamente legate al Partito Comunista.

Finora, però, gli appelli a fare luce sul passato sono stati respinti dai dirigenti postcomunisti che non hanno respinto anche l’istituzione delle commissioni parlamentari di inchiesta su Tangentopoli e sui bilanci dei partiti.

Alla ripresa della vita democratica nel dopoguerra il Partito Comunista Italiano era non solo il partito più organizzato, ma anche il più ricco, grazie ai finanziamenti che fin dal periodo clandestino riceveva dall’Unione Sovietica di Stalin e ai bottini raccolti durante la Resistenza, tra cui il famoso oro di Dongo.

Secondo fonti americane, di cui riferisce Colby, molto bene informato sulle cose italiane, durante la guerra l’Urss paga in rubli, pari ai dollari e alle sterline, più tardi in lingotti d’oro e in valuta occidentale, e già tra il 1944 e il 1946 sui conti di alti leader comunisti sono depositate ingenti somme di probabile provenienza moscovita.

Si è già detto dei sacchi di 600.000 dollari che Stalin consegna a Secchia nel 1947.


Nei trent’anni seguenti i fondi neri che il Pci riceve con contiguità e sistematicità in moneta liquida - essenzialmente dollari Usa - non sono stati oggetto di indagine ma di stime che convergono sui punti essenziali.

Massimo Caprara, segretario di Togliatti e stimato dirigente comunista fino al 1969, parla di 5 milioni di dollari l’anno fino al 1976.

La stessa somma è indicata da Gianni Cervetti, l’unico comunista a parlare apertamente dei finanziamenti sovietici nel libro L’oro di Mosca - La testimonianza di un protagonista.

15 miliardi di lire l’anno L’ex responsabile dell’organizzazione del Pci negli anni Settanta racconta che il finanziamento sovieticonon si èmai interrotto né modificato dopo gli anni Cinquanta, e che esso rappresentava mediamente il 10% dell’intero bilancio del Pci. Siccome le spese dichiarate dal Pci hanno variato negli anni Settanta da una ventina a una ottantina di miliardi di lire l’anno, e quelle reali sono probabilmente state di entità doppia, è facile dedurre che l’aiuto sovietico in moneta doveva essere compreso tra i 5 e i 15 miliardi di lire l’anno.

Sempre Cervetti racconta che nel 1977 aMosca, nel periodo terminale degli aiuti finanziari sovietici, il compagno Boris Ponomariov del dipartimento internazionale dell’Urss prese un foglietto di carta e una matita ben appuntita, scrisse qualcosa e me la mostrò.

Lessi la cifra di cinque milioni.

Si doveva intendere di dollari.

Ponomariov accompagnò i gesti con brevi parole dalle quali si desumeva chela somma valeva per l’anno appena iniziato e che si trattava di uno sforzo considerevoledi solidarietà, il più cospicuo possibile.

Altre fonti quantificano in maniera più elevata i finanziamenti dell’Urss al Pci.

Secondo Colby la cifra versata dall’Urss agli italiani negli anni Cinquanta si aggirava sui 50 milioni di dollari annui; e, più recentemente, nel dossier giunto a Roma dal procuratore generale della federazione russa, Stepankov, e contenente documentazione contabile relativa a ricevute firmate da amministratori del Pci, a Botteghe Oscure sarebbero arrivati qualcosa come 45 milioni di dollari dagli anni Settanta al 1987.


Il fondo di solidarietà


I finanziamenti ufficiali dell’Urss al Pci si sono interrotti nel 1979-80 dopo l’ingresso di Enrico Berlinguer nella stanza dei bottoni del nostro Paese, membro dell’Alleanza Atlantica.

Sussistono tuttavia molti segni che il flusso finanziario sia continuato anche negli anni ’80, al di fuori dei rapporti ufficiali con il Pci, fino alla caduta del muro di Berlino.

Quando è stato chiesto a Guido Cappelloni, ex tesoriere del Pci negli anni ’70 e poi dirigente cossuttiano e di Rifondazione Comunista, se non fosse imbarazzato per i finanziamenti illeciti che riceveva dal Kgb di Mosca, ha risposto:

Tra i partiti comunisti c’erano rapporti di vario tipo e tra questi anche quelli di finanziamento. Esisteva a Mosca un fondo di solidarietà da cui si attingeva. Noi,come tanti altri.


Ma i pm archiviano


Nel 1994 il pm di Roma Franco Ionta archiviava l’inchiesta sui fondi neri sovietici ai comunisti italiani con una singolare motivazione:

Certo, appaiono inquietanti i riferimenti a corsi di addestramento al sabotaggio, all’uso diarmi ed esplosivi e/o atecniche di travisamento, accompagnati da un notevole flusso di denaro protrattosi fino a epoca relativamente recente spesso su richiesta di parte italiana e a facilitazioni commerciali per ditte vicine al Pci.

Purtuttavia, non è possibile processualmente dimostrare che l’interesse dell’Urss nei confronti dei militanti comunisti italiani si sia tramutato in vera e propria corruzione del cittadino per interessi contrari allo Stato italiano.

Una così singolare conclusione dell’azione penale è il tipico esempio dell’atteggiamento passivo di fronte agli illeciti finanziamenti ai partiti assunto da magistrati e politici, ricercatori e giornalisti, che potrebbe essere simboleggiato dalle tre scimmiette che non vedono, non sentono e non parlano.

L’omertà dei politici


L’intera classe dirigente italiana ha scientemente ignorato lo scempio della democrazia che si è a lungo protratto con i finanziamenti esteri ai partiti italiani, specialmente quelli a favore dei comunisti da parte dell’Urss, potenza nemica dell’Alleanza Atlantica.
Il capitolo dell’omertà sul denaro proveniente da Stati stranieri da parte dei leader italiani è forse ancora più grave degli stessi finanziamenti esteri.
Sono curiosi, e inquietanti, due episodi che racconta il testimone Cervetti:

“Gli altri sanno tutto ed è bene che sappiano anche della conclusione” mi disse Luigi Longo, quando nel 1977 gli comunicai della decisione di interrompere i rapporti finanziari con l’Urss.

“Vedi, quando il nostro uomo riceve i dollari, si reca a cambiarli da un cambiavalute che fa lo stesso mestiere anche per altri e che li informa di ciò che noi facciamo.
In Vaticano e da Fanfani sanno tutto quello che combiniamo .
Negli stessi giorni il ministro dell’Interno del governo della Repubblica, Francesco Cossiga, riceveva un alto esponente dei servizi segreti che gli chiedeva come si dovesse comportare con l’uomo della valigetta dei dollari sovietici:
"Di che si tratta? Di valuta pregiata che entra in Italia?", interrogava Cossiga
"Sì.E allora lasci che entri".

Massimo Teodori

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