venerdì 28 febbraio 2014

Piano del lavoro. Le priorità e le cose da non fare.

Il piano per il lavoro proposto da Sinistra Ecologia Libertà è uno dei tanti motivi per i quali non considero questo partito un sincero soggetto‪ riformista.

Si tratta di una misura emergenziale e - pertanto - provvisoria, che interessa solo una parte minima dei disoccupati. 
La riconversione industriale e la infrastrutturazione - provvedimenti di per sé fondamentali - necessitano di essere pianificati sulla base delle scelte strategiche di lungo termine. Se il criterio diviene semplicemente occupazionale, allora commetteremmo un duplice errore: sacrificheremmo l'utilità dell'opera pubblica a finalità che non le appartengono; e soprattutto immagineremmo che basti trasformare l'Italia in un Paese dedito alla riqualificazione edilizia per colmare il forte gap nel mondo del lavoro odierno.

In questo scenario, è evidente come manchino dei requisiti programmatici essenziali: 
- si ignora la vocazione lavorativa del singolo: a un laureato verrebbe offerto un lavoro da manovale. Andrebbe meglio per ingegneri e architetti, ma il campo dell'innovazione e della ricerca verrebbe del tutto emarginato.
- un grande piano per le infrastrutture necessiterebbe la promozione di misure ad hoc inerenti alla trasparenza e alla concessione delle gare. Un problema non da poco in Italia.
- approvare una legge che ponga in essere la statalizzazione delle reti infrastrutturali (nel Sud persino dei grandi stabilimenti) e che, al contempo, liberalizzi il mercato delle concessioni del servizio.
- rimango fermamente convinto del fatto che - nel lungo periodo - i posti di lavoro si debbano creare sul mercato, mentre lo Stato debba limitarsi a stimolare gli investimenti privati laddove ritenga più opportuno (occorrerebbe una analisi sulle diseconomie di scala, favorendo di conseguenza la nascita di cooperative, distretti industriali e inglobatori di start-up) e nell'ottica di programmazione economica per la qualità, la competitività internazionale e all'insegna dell'elevata diversificazione del comparto produttivo nostrano.
- si è detto che la riforma del mercato del lavoro non generi occupazione. Vero, ma ciò non vuol dire che sia superflua. Occorre una più ordinata regolamentazione del lavoro flessibile, l'estensione del welfare e la tutela universale dei diritti sociali, e soprattutto bisogna mettere le imprese nella condizione di assumere. In tal senso, la defiscalizzazione del lavoro dipendente è doverosa, specie se a tempo indeterminato.



Altrimenti, una volta chiusi i rubinetti dello Stato, non solo morirà lo stimolo economico, ma con esso l'intera occupazione così creata.
A mio avviso, se in passato si è commesso il grave errore di drogare la domanda con l'espansione della finanza, oggi non si deve ripetere lo stesso sbaglio dopando l'economia mediante sovvenzioni statali a pioggia.
La vera 'riforma' di cui necessita l'Italia risiede nella capacità della politica di modificare strutturalmente le ragioni economiche, sociali e giuridiche che causano la distruzione di posti di lavoro e le disuguaglianze crescenti, rimediando con un piano per la dinamizzazione del lavoro e dell'imprenditorialità sociale.
Questo processo va stimolato e promosso attraverso la trasformazione del modello di sviluppo economico e del contesto produttivo, affinché germogli spontaneamente e sia indipendente dal sovvenzionamento statale. Non va imposto dall'alto, né preconfezionato.

Demi Romeo

lunedì 17 febbraio 2014

17 febbraio 1600: il rogo di Giordano Bruno.


17 febbraio 1600: il filosofo Giordano Bruno, condannato per eresia dall’Inquisizione romana, brucia, spogliato nudo, legato a un palo e imbavagliato, in Piazza Campo de’ Fiori. Ad ardere sul rogo non è un cristiano qualunque, come Roma non è solo la capitale dello Stato della Chiesa ma anche il centro della cristianità. Bruno è un personaggio cosmopolita, amico di principi e ambasciatori, una figura europea di grande fama e livello intellettuale, noto ovunque. Glielo riconoscono, a Roma, i suoi giudici, che fanno di tutto per convincerlo ad abiurare, perfino il cardinal Bellarmino, a capo del Santo Uffizio, il grande persecutore di Galileo Galilei. Sarebbe bastato un atto di sottomisione e avrebbe avuto salva la vita. Invece su di lui e sulla sua teoria ereticale cade il silenzio. I libri bruciati dall’Inquisizione, il suo pensiero dimenticato, avvolto nell’oblio per molto tempo. Fino a tempi recenti, per la Chiesa Giordano Bruno è un eretico e questo giustifica il suo rogo. Un rogo che, in una piazza romana, ha illuminato l’alba di un secolo, a simboleggiare il trionfo della repressione e dell’intolleranza in un’Europa dilaniata dagli odi e dalle guerre religiose.

Anna Foa
professore di Storia moderna all’Università di Roma La Sapienza


venerdì 14 febbraio 2014

Direzione PD. Approvato documento Renzi

Il testo sottoposto a votazione al termine della direzione del Pd del 13 febbraio 2014 
«La direzione del Partito democratico esaminata la situazione politica e i recenti sviluppi, ringrazia il presidente del Consiglio Enrico Letta per il notevole lavoro svolto alla guida del governo – esecutivo di servizio, nato in un momento delicato dal punto di vista politico, economico e sociale – e per il significativo apporto dato, in particolar modo per il raggiungimento degli obiettivi europei;
- assume il documento Impegno Italia come contributo per affrontare i problemi del paese;
- rileva la necessità e l’urgenza di aprire una fase nuova, con un nuovo esecutivo che abbia la forza politica per affrontare i problemi del paese con un orizzonte di legislatura, da condividere con la attuale coalizione di governo e con un programma aperto alle istanze rappresentate dalle forze sociali ed economiche;
- invita gli organismi dirigenti, legittimati dal congresso appena svolto, ad assumersi tutte le responsabilità di fronte alla situazione che si é determinata per consentire all’Italia di affrontare la crisi istituzionale, sociale ed economica, portando a compimento il cammino delle riforme avviato con la nuova legge elettorale e le proposte di riforma costituzionale riguardanti il titolo V e la trasformazione del Senato della Repubblica e mettendo in campo un programma di profonde riforme economiche e sociali necessarie alla promozione di sviluppo, crescita e lavoro per il nostro paese».
Il testo ha ottenuto 136 voti a favore, 16 contrari e 2 astenuti

lunedì 10 febbraio 2014

Anna Kuliscioff. "L'uomo del socialismo italiano"

Secondo Antonio Labriola «a Milano non c'è che un uomo, che viceversa è una donna: Anna Kuliscioff». E in effetti pochi nomi hanno incarnato l’immaginario della sinistra italiana come quello di Anna Kuliscioff, su cui oggi si può leggere la nuova edizione aggiornata della biografia scritta da Maria Casalini, Anna Kuliscioff. La Signora del Socialismo Italiano, (Editori Riuniti, € 22,90, pp. 342). Storica dei movimenti e dei partiti politici all’università di Firenze, l’autrice racconta con rigore e freschezza di linguaggio la vita della donna che seppe incarnare l’ideale della lotta socialista combattendo contro i pregiudizi misogini non soltanto degli avversari, ma anche dei suoi compagni di partito. Non era facile per una persona di sesso femminile assurgere ad un ruolo preminente nella lotta politica tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima parte del Novecento, ma la Kuliscioff ci riuscì con la sua caparbietà e la sua intelligenza. Come si racconta molto bene nel libro la sua azione e il suo impegno, che si nutrì anche del legame sentimentale oltre che politico prima con Andrea Costa e successivamente con Filippo Turati, divenne parte integrante del socialismo della Seconda Internazionale. Si spiega così come attraverso la sua biografia si possa ricostruire tutto il tortuoso cammino che avrebbe compiuto il movimento socialista dibattuto tra l’impegno per l’uguaglianza sociale e la difesa dei diritti dei lavoratori, l’obiettivo rivoluzionario ma anche la volontà di entrare nelle istituzioni “borghesi” per contribuire da dentro il sistema al miglioramento delle condizioni di vita di milioni di persone. Originaria della Russia, influenzata dal populismo e da Bakunin, fu in Svizzera che la Kuliscioff entrò in contatto con il meglio del socialismo internazionale decidendo di aderire alla causa del riscatto dei lavoratori. L’incontro con personalità come Plechanov, come racconta la Casalini, l’avrebbe poi fatta avvicinare al marxismo e soprattutto ne avrebbe ampliato la visione in un’ottica ampia e cosmopolita, destinata a rimanere un tratto essenziale della sua azione politica. Sono queste le caratteristiche che, una volta trasferita a Milano, ne avrebbero costruito un’immagine quasi mitica tra i socialisti italiani. Il suo ruolo però, ed è uno dei meriti più importanti di questo lavoro della Casalini, si esplicò soprattutto nella capacità di declinare l’impegno a sinistra senza rinunciare a portare avanti le battaglie emancipazioniste per i diritti delle donne, che l’avrebbe poi spinta a laurearsi e specializzarsi in ginecologia e a delineare la prima proposta di legge sul lavoro femminile e dei fanciulli, presentata in Parlamento da Filippo Turati. Un atteggiamento che, come ben si spiega nel libro, non si sarebbe esplicato sempre con coerenza e in maniera lineare, con l’emergere progressivo di un certo distacco rispetto alla tematica femminile, come del resto imponeva il modus operandi dei maggiori dirigenti, di sesso maschile, del socialismo italiano e non solo. La personalità della Kuliscioff non può essere quindi osservata senza vederne le tante contraddizioni che ne attraversano l’esistenza anche in momenti particolari come la Grande Guerra o il Biennio Rosso, sino all’avvento del fascismo. In questo senso il volume permette di comprendere non solo le mille sfaccettature della protagonista della biografia, ma soprattutto quelle della sinistra italiana degli albori, le sue divisioni e le sue incoerenze di fronte ai mille rivoli di cui si componeva la vita politica. Una storia che, a ben vedere, forse non ci appare tanto lontana dal nostro presente.

Gianluca Scroccu
fonte: L'Unione Sarda, p. 12, sezione cultura

venerdì 7 febbraio 2014

SEL. La strada giusta qual è?

I dirigenti di SEL mi lasciano interdetto e perplesso: si passa da una svolta riformista ad una radicale in meno di un mese, con le stesse persone che hanno portato il movimento (ormai non so più come chiamarlo, dato che Fratoianni lo considera un mix tra partito e società civile) alla sconfitta elettorale. Prima con Schultz per una svolta nel PSE, ma non contro Tzipras, ad oggi con Tzipras (dentro tutto fino a Rivoluzione Civile e Rifondazione) ma non contro Schultz ed il PSE, proprio quando lo stesso Tzipras a Parigi si è scagliato contro Hollande ed il Partito Socialista francese andando finanche a prendersela con i socialisti europei, rei secondo lui, di essere filo-Merkel. Ma non si era chiesto fino a poco tempo fa l'adesione piena al Partito Socialista Europeo (PSE)? COsa si vuole realmente fare? Si vuole riproporre nuovamente in salsa diversa, l'esperienza desolante e fallimentare de L'Arcobaleno? Dove è finita la componente della Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo che tanto aveva ragione nella critica al PD bicefalo ma soprattutto nella sua ristrutturazione ideologica nel PSE, ma senza fantasie e fronzoli? "La strada giusta" prendendo due strade. Credo che il prudente piede in due staffe, non sia più lecito.

Andrew Nat

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