mercoledì 9 aprile 2014

RENZI chi?

L'ex responsabile economico del Pd, Stefano Fassina ha attaccato duramente il Def ed il Decreto Lavoro del governo Renzi, dicendo che entrambi i documenti «[…] continuano la linea dell'austerità cieca e della svalutazione del lavoro con ulteriori pesanti tagli in arrivo il prossimo anno, anche alla spesa sociale. Grave e autolesionistica in particolare la parte sulle privatizzazioni. Il risultato anche questa volta sarà lo stesso raggiunto dai governi precedenti: meno Pil, meno occupati e più debito pubblico. Così avremo lo stesso risultato secondo Fassina, ma ne siamo proprio sicuri? Secondo chi scrive, a volte Fassina pecca di troppo pessimismo della ragione. Pessimismo che l’ha relegato nella figura dell’eterno oppositore di Renzi, come la Bindi con Berlusconi insomma. Le motivazioni comunque dell’ex bersaniano sono un ottimo spunto su cui analizzare l’azione di governo del toscano, ma devono essere divise in due critiche separate, anche perché, seguendo l’impostazione del botta e risposta tra i dirigenti del Pd, si rischia una disputa di partito che potrebbe trascinare nella paralisi l’azione di governo. Le prime sul proseguimento della politica di austerity, appaiono dettate da un'analisi della realtà che potrebbero relegare in un angolo chi se ne fa portavoce in questa fase di pre-campagna elettorale europea, spiazzando anche quella parte politica, la sinistra PD, che dovrebbe rilanciare un’offensiva in una logica più ampia della semplice dimensione interna del partito e diretta solamente al capo del governo. Le seconde, sull’aumento della precarietà, sono giuste nel lungo periodo e dovranno trovare validi alleati sia nel partito che soprattutto al suo esterno, per una revisione seria e giusta dal punto di vista delle giovani generazioni. Fassina, dicevamo, commette un errore grave nel pensare che la politica economica di Renzi sia identica a quella di Monti e Letta. Un errore qualora volesse livellare l’azione progressista (lo vedremo poi di che segno) di Renzi con le azioni montiane e lettiane. Da uno sguardo più ampio il motto popperiano “la lotta alla miseria deve essere condotta dal Governo, mentre la ricerca della felicità deve essere lasciata all'iniziativa privata[…]” e ancora “in altre parole bisogna essere socialisti al vertice e liberi imprenditori alla base”, si confà magnificamente al Presidente del consiglio. Anche se Renzi fa un uso dei termini socialista e liberale non convenzionale in questa fase politica, egli appare, rispetto ai più rigorosi Monti e Letta, come un uomo nuovo del governo, un uomo di un’altra fase o forse di una fase precedente: un liberale che sostiene delle riforme sociali, un riformatore buono nei confronti del ceto medio ed un aitante giovane per il capitalismo nostrano. Sicuramente il paragone con il Berlusconi pre-crisi è calzante e, per un certo senso, anche rassicurante nell’Italia falcidiata dalla crisi. La fase austerity sembra terminata con lui o meglio, è finita quella fase di austerity come la conoscevamo noi e come la intendevano i predecessori del premier toscano. Se mi posso permettere c'è un ragionamento contrario da fare: oggi abbiamo un governo che ne propone una versione diversa, più smart e più social. Non si tira la cinghia nel settore spesa pubblica in modo lineare come prima, se non nei comparti dove si è avuto largo uso di fondi pubblici a pioggia e soprattutto non vi è traccia di un aumento delle entrate da tassazione. Allenta l'austerity, volendo sforare il rapporto deficit/pil del 3% ed aumenta i provvedimenti facendo leva sull’Irpef come i suoi famosi “80 euro” in busta paga per i dipendenti al di sotto dei 25.000 euro l’anno, consentendo di “abbassare rispetto al 2013 il carico fiscale di oltre mille euro per una famiglia bi reddito, di 500 euro per quella monoreddito” come sottolineato dal segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi. Inoltre andrà avanti, come annunciato ieri, con il raddoppio della tassazione sulla rivalutazione delle quote della Banca d’Italia (oggi è al 12%), che colpirà i suoi maggiori azionisti come Unicredit e Intesa San Paolo. Questa è la vera novità della “sinistra renziana” che la fa assomigliare più ad un Governo Berlusconi V che ad un Governo Prodi III, ma - esiste un ma - si cerca di invertire il rapporto deficit/pil anche con future privatizzazioni  in settori non strettamente correlati ai beni comuni, come proponeva l’ex leader romagnolo. Allo stesso tempo però è anche un ritorno alle scelte della politica. Una progettualità che però dimentica di guardare più in là del breve periodo, come ad esempio la proposta, correttamente criticata da Fassina, della revisione del contratto a tempo determinato. Un provvedimento che rischierebbe di favorire la precarietà, con un combinato disposto tra la fine dell’obbligatorietà della causalità e la proroga fino ad otto volte del contratto, molto più della tanto vituperata Riforma Fornero. Quindi? Renzi è il risultato di un mix, una maionese con ingredienti diversi, degno erede della tradizione democratica italiana – confusa e mai nata al di fuori di Renzi - e del nostro sistema politico post-ideologico, ma soprattutto di una sinistra che ha smesso da tempo di credere nella propria funzione e nelle sue radici laico-socialiste. Quale lavoro, quali tutele, quale riformismo? Queste sono le domande su cui ripartire.

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