Il piano
per il lavoro proposto da Sinistra Ecologia Libertà è
uno dei tanti motivi per i quali non considero questo partito un sincero
soggetto riformista.
Si tratta di una
misura emergenziale e - pertanto - provvisoria, che interessa solo una parte
minima dei disoccupati.
La riconversione
industriale e la infrastrutturazione - provvedimenti di per sé fondamentali -
necessitano di essere pianificati sulla base delle scelte strategiche di lungo
termine. Se il criterio diviene semplicemente occupazionale, allora
commetteremmo un duplice errore: sacrificheremmo l'utilità dell'opera pubblica
a finalità che non le appartengono; e soprattutto immagineremmo che basti
trasformare l'Italia in un Paese dedito alla riqualificazione edilizia per
colmare il forte gap nel mondo del lavoro odierno.
In questo
scenario, è evidente come manchino dei requisiti programmatici essenziali:
- si
ignora la vocazione lavorativa del singolo: a un laureato verrebbe offerto un
lavoro da manovale. Andrebbe meglio per ingegneri e architetti, ma il campo
dell'innovazione e della ricerca verrebbe del tutto emarginato.
- un grande piano
per le infrastrutture necessiterebbe la promozione di misure ad hoc inerenti
alla trasparenza e alla concessione delle gare. Un problema non da poco in
Italia.
- approvare una
legge che ponga in essere la statalizzazione delle reti infrastrutturali (nel
Sud persino dei grandi stabilimenti) e che, al contempo, liberalizzi il mercato
delle concessioni del servizio.
- rimango
fermamente convinto del fatto che - nel lungo periodo - i posti di lavoro si
debbano creare sul mercato, mentre lo Stato debba limitarsi a stimolare gli
investimenti privati laddove ritenga più opportuno (occorrerebbe una analisi
sulle diseconomie di scala, favorendo di conseguenza la nascita di cooperative,
distretti industriali e inglobatori di start-up) e nell'ottica di
programmazione economica per la qualità, la competitività internazionale e
all'insegna dell'elevata diversificazione del comparto produttivo nostrano.
- si è detto che
la riforma del mercato del lavoro non generi occupazione. Vero, ma ciò non vuol
dire che sia superflua. Occorre una più ordinata regolamentazione del lavoro
flessibile, l'estensione del welfare e la tutela universale dei diritti
sociali, e soprattutto bisogna mettere le imprese nella condizione di assumere.
In tal senso, la defiscalizzazione del lavoro dipendente è doverosa, specie se
a tempo indeterminato.
Altrimenti, una
volta chiusi i rubinetti dello Stato, non solo morirà lo stimolo economico, ma
con esso l'intera occupazione così creata.
A mio avviso, se
in passato si è commesso il grave errore di drogare la domanda con l'espansione
della finanza, oggi non si deve ripetere lo stesso sbaglio dopando l'economia
mediante sovvenzioni statali a pioggia.
La vera 'riforma'
di cui necessita l'Italia risiede nella capacità della politica di modificare
strutturalmente le ragioni economiche, sociali e giuridiche che causano la
distruzione di posti di lavoro e le disuguaglianze crescenti, rimediando con un
piano per la dinamizzazione del lavoro e dell'imprenditorialità sociale.
Questo processo
va stimolato e promosso attraverso la trasformazione del modello di sviluppo
economico e del contesto produttivo, affinché germogli spontaneamente e sia
indipendente dal sovvenzionamento statale. Non va imposto dall'alto, né
preconfezionato.
Demi Romeo

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