17 febbraio 1600: il filosofo Giordano Bruno, condannato per eresia
dall’Inquisizione romana, brucia, spogliato nudo, legato a un palo e
imbavagliato, in Piazza Campo de’ Fiori. Ad ardere sul rogo non è un cristiano
qualunque, come Roma non è solo la capitale dello Stato della Chiesa ma anche
il centro della cristianità. Bruno è un personaggio cosmopolita, amico di
principi e ambasciatori, una figura europea di grande fama e livello
intellettuale, noto ovunque. Glielo riconoscono, a Roma, i suoi giudici, che
fanno di tutto per convincerlo ad abiurare, perfino il cardinal Bellarmino, a
capo del Santo Uffizio, il grande persecutore di Galileo Galilei. Sarebbe
bastato un atto di sottomisione e avrebbe avuto salva la vita. Invece su di lui
e sulla sua teoria ereticale cade il silenzio. I libri bruciati
dall’Inquisizione, il suo pensiero dimenticato, avvolto nell’oblio per molto
tempo. Fino a tempi recenti, per la Chiesa Giordano Bruno è un eretico e questo
giustifica il suo rogo. Un rogo che, in una piazza romana, ha illuminato l’alba
di un secolo, a simboleggiare il trionfo della repressione e dell’intolleranza
in un’Europa dilaniata dagli odi e dalle guerre religiose.
Anna Foa
professore di Storia
moderna all’Università di Roma La Sapienza

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